• Nicola Pirina

Aveva ragione Peppino Mereu.

di Massimo Cossu.

Oristano, 19 gennaio 2021

Nanneddu meu, scriveva in una lunga lettera Peppino Mereu durante il periodo delle rivoluzione borghese al suo amico Nanni Sulis, su mund'est gai, a sicut erat non torrat mai. Quasi a voler dire: cerca di dare una ragione ai tempi che vivi poiché le cose si possono ripetere e tu devi saperle accogliere … e resistere.


Ma come poter attualizzare questo scritto, che abbiamo più volte sentito cantare e che può aiutarci a comprendere, ancor più oggi, che le cose si stanno ripetendo?

Probabilmente in una chiave diversa e sempre nuova, passando di generazione in generazione, le cose si ripetono nel tempo e si incarnano anche all’interno delle attività, delle idee, ma, ancor prima, nelle nostre vite.


Continua Mereu Semus in tempos de tirannias, infamidades e carestias. Como sos populos cascant che cane, gridende forte «Cherimus pane». (Stiamo vivendo un tempo tiranno, infamità e carestie. Adesso i popoli cadono come un cane, gridando forte «Vogliamo pane»). E che cosa stiamo vivendo in questo momento storico? Piaccia o no, fatichiamo a dare un nome alle situazioni che si presentano, mentre centinaia se non migliaia di attività produttive sono destinate a chiudere, a reinventarsi, a cucirsi addosso un sistema che, non certo domani, tra qualche anno, ci farà vedere questo tempo come un periodo comunque utile ma di passaggio.


Ma adesso? Adesso come viviamo?

Il poeta Mereu lo dice senza mezzi termini Famidos, nois semus pappande pan'e castanza, terra cun lande. Terra c'a fangu torrat su poveru senz’alimentu, senza ricoveru. (Affamati, noi stiamo mangiando pane e castagne, terra con ghiande. Terra con fango così il povero e senza alimento, senza un ricovero).

Certamente prendere alla lettera le parole, oggi come oggi, sembra assurdo, abituati come siamo al benessere, al progresso, alla tecnologia sempre più avanzata. Ma se guardiamo oltre i paraocchi imposti dai sistemi dominanti, si può notare la disperazione dei tanti che si trovano in fila alle mense della Caritas o di altre associazioni di volontariato. E tra queste persone molte sono partite iva, imprenditori, gestori di locali, così come operai, cassintegrati e senza tetto. Descrizione molto cruda, lo ammetto, ma è stata e viene pian piano cancellata la classe media.

Ma tutto questo perché? Perché un virus incontrollabile ha messo a tappeto un sistema già inefficiente che faceva acqua da tutte le parti? Negli anni si è preso in considerazione di tagliare il Welfare, la formazione, il lavoro, le infrastrutture, la sanità … senza pensare che prima o poi qualcosa d’improvviso sarebbe arrivato ed è stato così e così stiamo vivendo questo momento.

Abbiamo pensato di costruire un bel palazzo moderno, super tecnologico, che si chiama progresso ma non abbiamo pensato agli estintori, alle vie di fuga, alle emergenze e ci troviamo imprigionati in questo enorme palazzo senza sapere dove andare, chi ci salverà e che cosa portare con noi.

Abbiamo fame e sete di giustizia, soprattutto le generazioni nate dagli anni 70 in avanti, che stanno pagando a caro prezzo un disastro senza precedenti. Queste generazione si trovano là dentro, in quel bellissimo palazzo. Aveva ragione Mereu nel dire a Nanni Semus sididos in sas funtanas, pretende s'abba parimus ranas. Peus su famene chi, forte, sonat sa janna a tottus e non perdonat. (Siamo assetati nelle fontane, prendiamo l’acqua come fanno le rane. Peggio della fame chi, forte, suona la porta a tutti e non perdona). Ed è certo che la sete di giustizia è tanta ma a stento riusciamo a trovare un riscatto per noi stessi prima ancora che per i nostri figli, poiché quella poca acqua che abbiamo (liquidità) ci serve per sopravvivere e non per salvare il palazzo moderno. E così la fame preme. Preme ed è forte e se anche bussa in tutte le porte, non perdona. Ed il perdono non è tanto quello cristiano, ma bensì quello umano in cui molti, già a partire dagli anni passati, si sono dovuti rivedere, riadattare, sentendo la maledizione addosso di chissà quale sciagura preimpostata dagli istituti di credito che, mentre venivano salvati, al resto delle aziende che fallivano lungo il tempo veniva fatto intendere a gran voce: arrangiatevi. Chi se ne frega se crepate. Oppure che bisogna formarsi di più, che bisognava investire meglio in tecnologia e puntare sull’innovazione e allora, presto fatto, chi ha potuto ha rivoltato la propria azienda come un calzino costruendo altri palazzi moderni ma senza via di fuga; chi no, ha dichiarato fallimento e poi si è trovato in mezzo ad una strada nella speranza che i tempi, quelli moderni, quelli buoni che prima o poi arrivano, potessero essere davvero migliori.

Ma nulla! Il palazzo brucia e noi con lui.

Peppino Mereu è schietto. Senza mezzi termini dice le cose come stanno non solo suo amico Nanni, ma ad ognuno di noi, anche oggi. Sembrare assurda questa lettera indirizzata a noi in questi tempi, ma è attualissima Avvocadeddos, laureados, bussacas buidas, ispiantados (Avvocati, laureati, tasche vuote, spiantati). La scuola, così importante per la formazione di ogni essere vivente, ha solo generato persone incapaci di reagire ad un sistema lavoro sempre più saturo in cui non conta che studi hai fatto, che Master hai preso e se non pensi che quel palazzo sia senza vie d’uscita perché Cand'est famida s'avvocazia, cheres chi penset in Beccaria? Mancu pro sognu, su quisitu est de cumbincher tant'appetitu. (Quando ha fame il settore degli avvocati, vuoi che pensi a Beccaria? Nemmeno per sogno, il quesito è di convincere la fame) e così prima si comanda alla pancia, al bisogno del momento (prendo l’acqua, mi lavo e poi spengo l’incendio e non viceversa) e poi alla ragione e finché la ragione è governata dall’alto, dal globalismo e non dai territori, ecco che ci si illude che il resto del mondo abbia ragione ed altri torto.


Bisogna imparare a resistere. Di una resistenza che ha come fondamento i Valori. Valori che non si acquistano con dei like, con un manciata di carità o con l’improvvisazione di un sistema azienda che ha solo prodotto morti e feriti, ma che trova sostegno nell’ispirazione dei grandi poeti in cui i tempi si lasciano leggere e mostrano il cambiamento.


Peppino Mereu aveva visto lontano e quando concludendo la sua lunga lettera parla degli onesti e tira in ballo i corvi, coloro i quali si saziano di noi altri, ecco che tutti coloro i quali faticano a lottare (e sono tanti) e dove chi vuole il male della gente, alle imprese - e si potrebbe continuare all’infinito - trova ristoro (ristoro?), cioè attuazione in ciò che fa. Ma per cosa, si chiede Mereu? Per che cosa mi chiedo anch’io? Ecco la risposta Sos corvos suos tristos, molestos, sunt sa discordia de sos onestos. E gai chi tottus faghimus gherra, pro pagas dies de vida in terra. Dae sinistra oltad'a destra, e semper bides una minestra. Maccos, famidos, ladros, baccanu faghimus, nemos halzet sa manu. (I corvi sono tristi, molesti, sono la discordia degli onesti. E così tutti facciamo guerra, per alcuni giorni di vita sulla terra. Da sinistra gira a destra, e sempre vedi una minestra. Matti, affamati, ladri, facciamo chiasso, nessuno alzi la mano).


A voi l’interpretazione di queste belle parole con il suggerimento che sa di salvezza piuttosto che di ritirata.

Salutando Nanni, Mereu gli raccomanda di avere cura di sé stesso e alla fine gli dice qualcosa che aiuterà tutti, noi compresi, a sopravvivere meglio in questo tempo malato faghe su surdu, ettad'a tontu. (fai il sordo, fatti prendere per stupido) perché nei tonti vi è la salvezza di ognuno.


Così, da tonto, vedi, il mondo è così: il presente non torna più e forse, aggiungo da tonto, imparerai a vivere nel tuo tempo presente.

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