• Nicola Pirina

Canes de isterzu? Vinti ma non convinti.

Sardegna, 11 giugno 2021

a cura di Nicola Pirina e Massimo Cossu

A differenza di quelli da caccia e pastore (nella foto), quello cosiddetto de isterzu, in sardo, è quel cane che è in grado di assolvere alle attività indicate dal padrone ma spesso si lascia ingannare dalla propria fame ed ecco che, aggirando con artifizi ogni ostacolo, brucia la fiducia del padrone, infilando il proprio muso nel secchio dove, con le sue mani ruvide e sporche, il pastore ha munto il latte strizzando le mammelle delle sue pecore.

E’ una questione di fiducia, quindi. Di fiducia, sottilissima, che passa tra l’essere umano e la natura. Tra la natura, l’animale e l’uomo. Più frequentemente usato per definire persone che cani, chi è destinatario di questo dispregiativo è colui che pensa solo alla propria pancia, senza badare alla qualità di quello che avidamente aspira dal piatto (ciotola), fregandosene delle regole (anche non scritte), della stima, del prossimo poiché non si sente sazio a prescindere dalla quantità del cibo che ha davanti.


Perché ve ne parliamo? Perché ci torna in mente questo aneddoto? Dove vogliamo andare a parare con queste regole non scritte che la natura spesso ci presenta come codici da identificare?


Ecco la nostra riflessione.

Prendiamo parte (non sempre attiva, il tempo è tiranno), a diverse conversazioni tematiche, alcune a sfondo politico, altre professionali, altre ancora tra amici In una di queste, nell’ambito di una intesa discussione, in un momento più di desolazione che di rabbia, evocando uno studioso sardo scomparso, è riemerso l'epiteto sopra descritto con riferimento alla classe politica sarda. Il senso dello sfogo era, così come in passato durante il piano di rinascita e nella stagione delle cattedrali nel deserto (e nei molti altri mesti accadimenti della storia socio economica sarda, prima e dopo il secondo dopoguerra), ancora oggi non abbiamo una classe politica in grado di ergersi a governare con la schiena dritta la nostra isola. Non ci sono contenuti. Non c’è visione. Non c’è strategia. In sostanza perché non vuole esserci, proprio per lasciare silenzioso spazio a chi vuole solo puntare al proprio personale (neanche politico) tornaconto … ed attendere che il padrone (il cittadino) si distragga e con artifizio, come il cane di cui sopra, possa andare a sottrarre, a leccare con la lingua, dal recipiente quanto lasciato incustodito. Questo il motivo del dissenso nella conversazione.


Ma è così?


Se frughiamo nel nostro passato e nel recente presente notiamo che:

  • mutatis mutandis non ci sono grosse differenze nei vari territori dell’area euromediterranea su questo tema;

  • la destra lo dice alla sinistra e viceversa, il nord lo dice al sud e viceversa, senza che in molti ancora non sappiano la differenza tra sinistra e destra o tra nord e sud e mescolando valori senza alcuna logica;

  • gli intellettuali lo dicono agli accademici e viceversa. Chi ha ragione? Chi torto? Chi usa bene le parole? Chi aiuta a ragionare? Ma a ragionare per andare dove?

  • I dipendenti della pubblica amministrazione dei decisori e viceversa;

  • i giornalisti degli storici e dei sociologi (antropologi, filosofi, scrittori e così via) e viceversa;

  • gli editori dei produttori, i registi dei proprietari dei media e viceversa, ma solo dopo aver fatto i conti con gli sponsor;

  • i politici degli influencer … e potremmo continuare ancora … ma il concetto pensiamo sia molto chiaro già così ...


Proviamo ad andare ancora oltre in questo ragionamento.

Passate le stagioni di passione (spassionata?) politica, c’è oggi una larga indifferenza, un allontanamento da ciò che contribuisce alla costruzione degli assetti sociali e quindi politici, vediamo che in pochi (buoni pochissimi) si impegnano e ciò nonostante vengono aspramente criticati. Ma la classe politica, al di là delle rendite di potere che inceppano i meccanismi a causa di una degenere interpretazione dei corpi intermedi, non è espressa dal popolo? Non sono le persone che, se vogliono, in base ai propri orientamenti culturali, partecipano ai movimenti ed ai partiti? Cioè i governanti non sono espressione della cittadinanza avente diritto al voto? Da un lato.

Dall’altro. Gli operatori del mercato, siano essi editori o produttori e così via, non sono semplicemente imprenditori ma prima ancora persone con un proprio credo culturale e quindi politico? Per i pubblici dipendenti, al netto della funzione cui sono preposti, non vale lo stesso ragionamento? Non è forse vero che differenti culture politiche contribuiscono entrambe alla gestione delle stagioni in cui vengono proposte? Non hanno forse gli accademici, i professori, gli intellettuali (non i sedicenti tali) e gli studiosi l’indispensabile funzione esegetica ed ermeneutica di passato, presente e futuro che è indispensabile per la crescita culturale quindi sociale delle generazioni viventi e delle future?


Ergo, l’invito che facciamo con queste riflessioni, è quello di concentrarsi sui metalivelli, oggi vera vacatio nel dibattito.

Alcuni esempi.

E’ oggi frequente ragionare di scenari secondo visioni plausibili rispetto ai bisogni delle persone, dell’ambiente e delle generazioni che verranno?

E’ oggi frequente l’assunzione di responsabilità ed una condotta umana e professionale eticamente, moralmente e deontologicamente corretta?

E’ oggi chiaro che l’impegno per la gestione della res pubblica è onere ed onore collettivo, nessuno escluso, oppure la colpa è sempre di qualcuno esterno al nostro volere?

E’ oggi compreso che nei territori risiedono gli unici veri beni rifugio di ogni popolo, ossia i giacimenti umani, ambientali, storici e culturali che possono consentire una più sostenibile interpretazione della propria vita personale e lavorativa?

E’ oggi accettato che al mondo siamo tutti uguali e che il più ricco del deserto non è una persona né più felice né più fortunata?

Stop, pensiamo che anche qui sia chiaro il ragionamento.


Vorremmo vedere più impegno corale nella crescita culturale e sociale, in fondo, studiare ed approfondire i temi, partecipare alla creazione di un pensiero collettivo per un futuro meno cupo pensiamo sia una cosa piacevole per cui valga la pena impegnarsi.

Ognuno nel suo, chi in politica, chi nell’insegnamento, chi nel fare impresa, chi professione ha una quota di responsabilità, proprio come la natura ci insegna.

Sempre è esistita e sempre esisterà critica verso il prossimo, spesso serve, anche severa, basta che sia sostanziata e costruttiva, mai buttare il cervello ed il cuore in una massa indistinta ed improduttiva, finiremo solo per continuare ad avere difficoltà nell’uscire dalla situazione in cui ci troviamo, continueremo a farci governare dal caos e, nel peggiore dei casi, dall’incompetenza degli incompetenti (tali per facta in-concludentia non a partito preso).


La storia di ogni singolo paese (bidda, in sardo) è la storia di tutti i paesi del mondo.

Ogni vita ed ogni storia hanno dignità. Ogni lingua. Ogni cultura.

Diceva lo studioso sardo di cui citavamo l’epiteto in apertura.

Aveva ragione.

Fecero deserto e la chiamarono pace. Memento.

Scriviamo un’altra storia. Ce lo meritiamo. Lo dobbiamo ai figli della nostra terra così come hanno fatto i nostri padri ed i loro padri. Abbiamo radici solide.

Con severità e rigore ove necessario ma consapevoli del fatto che il rigore etico, sempre senza connivenze coi mondi paralleli e degradati, è la via maestra.

Ariamo, è ora di arare. Curiamo il nostro campo. Aiutiamo il nostro vicino perché dal suo campo ci campa la famiglia. Scegliamo i semi. Controlliamo l’irrigazione. Poniamo ancora attenzione al seme ma se la terra non è pronta anche ogni miglior seme può essere perduto.


As usual, ready to debate. Un sorriso, Nicola e Massimo


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