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Democrazia & leadership.

Riflettevo sui vari significati che il termine collettivo ha assunto nel tempo.

Cercavo l’eventuale utilità delle sue possibili declinazioni nell’oggi dell’impresa, della politica e della società.

Il minimo comune denominatore ricorrente del concetto è che esprime un tutto al singolare, raccoglie cioè una pluralità in un unicum.

Ecco, se si riuscisse ad interiorizzare questa base, le cose andrebbero meglio. Un po' dappertutto.

Prendiamo un’impresa non a socio unico.

Quali sono le realtà capaci di lavorare e produrre secondo questo concetto?

Assai poche, da un lato c’è chi propende per il pensiero unico del capo (che raramente si spiega), dall’altro c’è chi affoga in inutili sequenze di riunioni (che solo eventualmente hanno un metodo).

In mezzo c’è tutto l’arcobaleno delle storture organizzative e decisionali.

Ma siamo sicuri che non possa esistere un funzionamento differente?

Un modello organizzativo dove tutti contribuiscono per capacità e forza alla costruzione del bene comune, dove naturalmente ci si attiva per competenza prevalente, dove non ci sono sovrapposizioni, dove la leadership è della decisione presa, è del prodotto, del pensiero e non delle persone?

Un modello dove quando la decisione è presa, senza esitazioni né sbavature, tutti sono impegnati nell’attuazione e nella difesa coesa della stessa?

Da anni lo pratico, quasi sempre con successo. Ed è qui che ne ho apprezzato l’intima importanza, proprio dove non sono riuscito.

Dove il meccanismo non ha funzionato è per carenze umane, intellettuali, cognitive, professionali e deontologiche, non certo perché il collettivo non potesse funzionare.

Credo fermamente che sia possibile costruire relazioni personali ed intellettuali tali da consentire questo meccanismo all’interno della fisiologia aziendale.

Certo, serve rispetto, fiducia, serve intelligenza, serve studio e capacità di argomentazione. Serve l’umiltà di comprendere il prossimo, serve modestia nell’approcciarsi al pensiero ed alle argomentazioni altrui.

Bandire tracotanza e vanagloria è alla base del funzionamento.

E’ chiaro che ovunque servono funzioni operative ed assunzioni di responsabilità, ma dov’è scritto che queste non possano discendere da un sano collettivo?

Se applichiamo il concetto al funzionamento della gestione della cosa pubblica, delle associazioni di volontariato, non cambio opinione.

E’ li la vera democrazia, è li che emerge naturalmente la leadership di governo, è nelle mani, mente e cuore di chi ha la capacità di governare, con altri, la costruzione di un pensiero comune.

Pensiero se possibile di non dipendenza, concretezza verso una strategia chiara e perseguibile, che abbia al centro soluzioni ed azioni.

E’ li anche che c’è la crescita di ogni singolo componente, perché tutti si nutrono del pensiero e del comportamento altrui.

Questa riflessione potrebbe essere approfondita a dovere.

Così è solo imbastita, ne sono consapevole.

Ci sono oramai forme di leadership e gestione di successo che poggiano su condivisione di idee, ideali e visioni prima che di obiettivi, dove tutti si possano riconoscere certi dell’etica e della coerenza reciproche e, sia ben inteso, non dichiarate ma agite per facta concludentia.

Concordo, as usual, coi miei soci: guardare non è vedere.

Per il resto buone ferie, passo e chiudo!

Vostro affezionatissimo, Nicola

#asibiriasettembre

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