• Nicola Pirina

Dobbiamo ancora parlare del problema dello spopolamento delle aree interne nella solita maniera?

Sardegna, 18 Maggio 2021


Ma davvero dobbiamo ancora parlare del problema dello spopolamento delle aree interne nella solita maniera?



Le città superstar, le capitali (amministrativamente, quindi, per scelta, eredità di passati di passati lontani), già sedicenti motori della crescita e della produttività, effettivamente a lungo magneti per lavoratori (anche giovani, sul qualificati parliamone), hanno subito una potente battuta d’arresto. Questo è un fatto, non trascurabile, né per forza negativo.

La pandemia ha trasformato definitivamente i mercati del lavoro, già da prima in transizione per naturale evoluzione di sentimenti e di bisogni generazionali in mutazione permanente.

Probabilmente le policy aziendali e pubbliche sul distanziamento, sull’isolamento, sugli stop and go derivanti dai colori assegnati alle varie zone in ragione del diffondersi e contrarsi della gestione della pandemia (ma soprattutto del comportamento delle persone), sul lavoro a distanza, sull’istruzione e sulla formazione hanno inciso in questo senso ed un periodo di assestamento, di lunga durata, ci fornirà un quadro statistico più chiaro, certamente più attendibile. Socialmente meno congestionato.


Gli agglomerati urbani maggiori, negli anni passati, hanno segnato una crescita della popolazione, del PIL pro capite e della produttività più rapide rispetto agli altri territori dei rispettivi paesi nel complesso. Vantaggio dovuto, in parte, alla concentrazione nei capoluoghi più blasonati di settori produttivi in espansione e con lavori ben pagati.

Oltreché dei poteri finanziario e politico. E di quelli occulti.

Vero. Ma aveva senso? Era indispensabile? Era l’unica scelta? L’unica alternativa?

Grazie ad una timida ripresa, palesata negli ultimi mesi, l’inizio del 2021 è stato più gentile dei precedenti, tuttavia le assunzioni nelle maggiori capitali rimangono contenute ed è possibile un ulteriore deterioramento, anche perché i mercati del lavoro in queste città sono stati notevolmente sostenuti dai regimi di sostegno nazionale a breve termine.

Diversi fattori determinano il cuneo del mercato del lavoro tra queste città e altri luoghi.

Le grandi città avevano settori di servizi ad ampio raggio con un'ampia interazione de visu.

Negli altri luoghi, per scelte varie, solo interazioni de visu e neanche sempre. E poco altro.


Sarà maturo il tempo per strategie aziendali e politiche di sviluppo su competenze e organizzazioni adattate alle nuove condizioni di localizzazione, misure atte anche a rafforzare le capacità delle economie locali di riconvertire in maniera più lungimirante i lavoratori sui nuovi scenari produttivi?

Le misure di isolamento e allontanamento sociale esercitano una pressione senza precedenti sui mercati del lavoro locali, in un momento in cui i megatrend legati alla digitalizzazione, all'automazione ed all'intelligenza artificiale stanno rimodellando il modo in cui viviamo e lavoriamo.

Le vulnerabilità rimarranno. Non tutto né tutti sono convertibili. Chiaro.

Parliamo di un processo che prevenga le nevralgie anziché inseguirle, come da sempre facciamo.


Le grandi città non saranno costrette ad interpretare il ruolo di guida nella ripresa economica, dovranno fare la loro parte insieme ai territori.

E’ un processo tra tentativi ed errori a prescindere dagli status di partenza.

Basta saperlo interpretare.

Non tutto il lavoro svolto a distanza può essere efficace quanto il lavoro svolto di persona. Negoziazioni, decisioni aziendali critiche, brainstorming e inserimento di nuovi dipendenti, almeno, non possono prescindere dalla presenza. I nostri territori sono e rimangono quei posti in cui i migliori affari si finalizzano con le gambe sotto il tavolo e con un calice tra le mani. Insieme. Ovunque, non solo in città.


La pandemia è uno tsunami, economico, sociale e demografico che sta già rimodellando i mercati del lavoro locali. Digitalizzazione e automazione, cambiamento climatico e transizione verde, invecchiamento della popolazione e migrazione, solo per citarne alcuni, stanno modificando la natura e l'ubicazione dei posti di lavoro, nonché la composizione e le competenze della forza lavoro.

Anche prima della pandemia in tanti provavano ansia per il futuro, poiché il ritmo e la portata dei cambiamenti erano sconcertanti. Stimiamo, però, nella gestione dei propri stati emotivi, che i cambiamenti che deriveranno dagli attuali saranno 10 volte più veloci e 300 volte più grandi rispetto a quelli della rivoluzione industriale (già oggi il 61% della popolazione generale in 28 paesi pensa che il ritmo del cambiamento nella tecnologia sia troppo veloce, gulp!).

Alcuni di questi cambiamenti interesseranno quasi tutte le comunità, altri cambieranno la geografia dei posti di lavoro e delle competenze, rafforzando potenzialmente la sensazione che ci siano vincitori e vinti nell'economia di domani.


La maggior parte degli spopolamenti di determinate aree è il risultato di fattori strutturali piuttosto che ciclici. Alcuni territori sono più colpiti di altri. La produzione industriale è stata tipicamente un processo in movimento, con le aziende che investono grandi quantità di capitale in attrezzature specializzate, avvicinando la produzione ai mercati e ai consumatori, accelerando l'esecuzione di determinate attività, riducendo le attività pericolose in alcune operazioni e aumentando l'efficienza della raccolta dei dati in altre.

Ma mai, salvo rari casi, la grande industria né l'eccellenza delle PMI italiane sono nate nè hanno sede nelle grandi città.


Verranno creati anche nuovi posti di lavoro, ma dove?

Alcune forze contribuiranno a una crescente concentrazione di posti di lavoro nelle aree urbane, ma altre forze, soprattutto nel nuovo mondo post pandemico, potrebbero spingere i posti di lavoro a decentrarsi.

La popolazione in età lavorativa si ridurrà in oltre la metà dei paesi OCSE entro il 2050.

La transizione verde sembra iniziare, ma dovrà prendere velocità.

Non tutti i luoghi hanno fatto né fanno buon uso del talento.

Le capacità della forza lavoro sono utili solo nella misura in cui vengono messe a frutto.


E il primario? Necessità globali e produzione localissima?

E la fruizione del territorio a scopo educativo, conservativo, rigenerativo e produttivo? Non è iperlocalissima?

E la ricerca può essere superlocale? E lo sviluppo IT?

E l’industria della cultura e della formazione è affare delle città superstar o può essere locale anch’essa?

Ma si spopola chi si vuole spopolare, succubi della passività con cui si affrontano le proprie scelte? Siamo tutti costretti ad una formazione che non ci piace?

Siamo tutti vincolati a schemi che hanno dimostrato di non poter funzionare a lungo?

E’ così difficile immaginarsi fluidi come il cambiamento che è necessario non per semplicemente sopravvivere ma per realizzare i propri sogni?


Ma ancora siamo convinti che sia sempre e solo colpa di altri, del governo, del sindaco, dei partiti, della corruzione e della classe dirigente?

Molti di noi, forse troppi, sono classe dirigente, la compongono, siamo professionisti, siamo magistrati e avvocati, siam infermieri e medici, siamo professori, siamo ingegneri ed architetti, siamo imprenditori e scienziati, siamo dirigenti di aziende private e nelle funzioni pubbliche, siamo impiegati, funzionari, operatori nelle strutture pubbliche e private che oggi operano e producono ogni elemento.

Quindi, anche per chi non lo vuole riconoscere, i responsabili siamo anche noi.


La colpa alle generazioni passate, da sola, non regge più.

As usual, ready to debate.

Un sorriso, Nicola


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