• Nicola Pirina

Filosofo, Grand’Ufficiale o Professore? I dialoghi con Silvano.

Sardegna, 17 giugno 2021

#thebigshift

#getahead

#noresignation

Ragionamento a blocchi. Seduti in studio.


E’ così definito, ipocognizione, quello status di chi non ha parole né strumenti per definire ed interpretare quello che serve per gestire la propria vita interiore ed esteriore, perché, fosse sfuggito, le parole contano, incidono sulla nostra esistenza. Per questo è determinante nutrire la propria mente ed il proprio vocabolario, è lì che sgorgano, se si è sorgente attiva, idee, concetti e sfumature di cui abbiamo necessità per formarci come persone e come collettività.

Vocabolo difficile, ipocognizione, poco usato. Ma, chi non possiede le parole, dunque concetti e modelli di interpretazione della realtà, ha un debito rilevante verso se stesso e verso il prossimo con cui vive. E spesso soffre (anche se non lo riconosce). C’è chi non ha parole per indicare i dolori e le sofferenze, non solo fisici. Estremizzando. Si provano, a volte si conoscono, ma non hanno un nome, non sono rappresentabili a concetti, quindi non sono identificabili. Non avere parole per esplicitare e descrivere, ad esempio un dolore interiore, dalla malinconia all’angoscia, aggrava la sofferenza dell’anima, perché non si hanno gli strumenti di base per interpretarla, difendersi né per guarirne.

Le parole che utilizziamo hanno un impatto straordinario sulle nostre vite individuali e collettive, le parole creano la realtà, sono atti di cui bisogna prevedere e fronteggiare le conseguenze, in molti ambiti privati e pubblici.

Ed è meglio che siano scritte, credo nel principio di contabilizzazione della storia, se non è scritto (oggettivamente) non esiste. In claris non fit interpretatio, dicevano i saggi. Per questo penso che le parole siano determinanti, senza abusare vanno spese con sapienza, con delicatezza ma senza paura, coi giusti filtri per scansare equivoci o usi distorti.

Da un lato.


Emergono, dall’altro lato, nuovi linguaggi (ad esempio nel 2017 emerse l'ormai celeberrimo #MeToo) che danno voce a chi prima non l’aveva (anche se avrebbe voluto). Nuovi glossari, anche di genere, danno credito all'esistenza di un problema o di una situazione.

Terreno fertile i social media di vecchia e nuova generazione.

Ma una rilevante coorte giovanile ha accertate difficoltà a comprendere un testo e ad interagire coi suoi contenuti. Ci sono certo carenze nei sistemi formativi, ma non solo, perché sembra oggi chiara una perdita del pubblico confronto a seguito dell’impoverimento della lingua, quindi delle capacità intellettive. E c’è anche chi, pubblicamente, magari col ruolo di autorità (diversamente configurata), esibisce disprezzo linguistico con naturalezza.

Ma se le generazioni su cui tanto investiamo (più a parole che nei fatti) palesano vulnerabilità così evidenti, è chiaro che saranno in balia delle influenze ritenute socialmente rilevanti, saranno vittime predestinate delle propagande tanto povere quanto sprezzanti che i nuovi ed i vecchi media spacciano in abbondanza.


C’è un rapporto fra mancanza di strumenti linguistici e assenza di prospettiva?

Nelle fasce sopra descritte, deboli, si trovano esempi di violenza, inadeguatezza con gli interlocutori, incapacità di comprensione, assenza di coerenza logica e così via?


Le società si sostengono su assetti linguistici non su asserzioni prive di significato.

Funzionale, di ritorno o comunque configurato e definito, l’analfabetismo è la genesi dello svuotamento della mente delle persone, quindi del deserto socio economico che si creano attorno e reciprocamente l’un l’altro.

Questo è un problema collettivo, non un lussuoso divertissement da intellettuali né questione accademica, è un dovere etico e civile. Non possiamo non occuparci di policy pubbliche dell'educazione.

Non va tutto bene, inutile nascondere la testa sotto la sabbia, se chi di dovere non esce dalla propria zona di comfort, non imparerà nulla né nulla cambierà.


Infine le sinapsi ed il loro ciclo di vita.

Il nostro cervello è elasticamente campo da gioco della chimica, della fisica e dell’elettronica, almeno. Se non si forzano le comfort zone dell’apprendimento non si evita la moria delle sinapsi che non si usano. Dobbiamo rivedere l’impostazione della scissione tra apprendimento per competenze e conoscenza di base dal resto, entrambi sono reciprocamente funzionali se non sono fallati i primi.

Abbiamo accesso all’inconscio collettivo? E’ consentita la perdita dei gradi di autonomia nel passaggio dall’individuale al collettivo? E’ senza caveat il rapporto tra velocità ed approfondimento nell’apprendimento?

C’è reversibilità nei processi di apprendimento fallati o incompleti?

All’inizio, biologicamente, c’è una sovrapproduzione di sinapsi, creazione caotica, abbondante ed anarchica, poi c’è una naturale potatura delle stesse (per migliorare ?), poi appiattimento sui principi d’uso quindi aumento di moria delle sinapsi, da qui mono dimensionamento e conformismo dell’individuo.

Da cui, spesso, ipocognizione e soggiacenza ai pensieri dominanti ed alle propagande, televisive, di marketing, politiche. E così via. Una vera sudditanza culturale.

I ragionamenti induttivo e deduttivo non sono in contrasto né in alternativa rispetto alla quantità né alla qualità dei programmi di apprendimento … on line non c’è tutto … da cercare con pochi click …


Il Prof. Tagliagambe ci ricorda, nei nostri dialoghi, frugando tra i sui studi e le sue fonti, che in natura il materiale ridondante non è quasi mai rifiuto che si butta via, ma quasi sempre cianfrusaglie o ferrivecchi pronti a essere reinterpretati e riutilizzati, il riuso non è una strategia marginale, ma una strada maestra dell’evoluzione biologica, dà all’uomo la piena consapevolezza del suo essere un agente attivo, un attore che può scrivere gran parte della sua narrazione e per farlo non può semplicemente limitarsi a calcolare il probabile sull’esistente, ma deve sviluppare la visione che gli consente di scommettere sul possibile e sul non ancora.

La memoria non è memoria di informazioni, ma memoria di significati.

In arte, come in ogni cosa, si costruisce su un terreno resistente: ciò che non consente appoggio, non consente neanche il movimento.

La vita, dentro di sé, protegge un laboratorio, dove è all’ordine del giorno sperimentare, questo può originare e sviluppare varietà necessarie al futuro, senza che le stesse interferiscano immediatamente con i processi necessari al presente.


Chissà non si riesca presto a sollevare il dibattito pubblico, magari con un evento nazionale, in cui dibattere quelli che sono i temi in discussione sopra, cioè il come e quando andrebbe rivisto l’assetto educativo attuale ed il come la tecnologia, che ci piaccia o meno, incida sullo stesso e sulle nostre vite, non necessariamente in maniera deteriore.


As usual, ready to debate.

un sorriso, Nicola


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