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Il valore dell’empatia e il fallimento della razionalità.

La società liberista e individualista, ci cresce in ambienti educativi e lavorativi improntati sulla continua competizione, dove il talento delle persone troppo spesso è misurato con pochi numeri, QI, 110 e lode, Gmat, Gre e così via e dove il raggiungimento degli obiettivi personali e aziendali è preposto ai modi e ai mezzi per il suo ottenimento. Le strade per il loro raggiungimento sono infinite e mutevoli, spetta solo a noi scegliere quale intraprendere!  

Siamo sicuri siamo di aver scelto la metodologia migliore per quantificare il talento?  Siamo sicuri che uno studio fatto esclusivamente da nozioni e competenze specifiche sia funzionale per il mondo del lavoro odierno? Siamo sicuri che ciò crei i leader del futuro?

Se guardiamo con attenzione ai processi decisionali sviluppati dalla nostra mente, ci accorgeremo che il peso dei numeri e della loro razionalità viene spesso sopraffatto da qualcos’altro.

Prendiamo come caso il funding della ormai nota startup con l’idea di rendere il mondo un posto migliore. Stranamente nonostante la sua vocazione ad impatto sociale i numeri del Business Plan sono straordinari, Ebit, ROE, ricavi, tassi di crescita a doppia cifra e così via, ma dopo ogni incontro face to face con i potenziali investitori nessuno vuole scommettere su questa brillante idea.


Ma dove si annida il problema?


Probabilmente se fosse stato un esame di Corporate Finance il risultato sarebbe stato 30 e lode. Ma la realtà ci insegna che la discriminante più importante per ottenere un finanziamento nelle fasi iniziali di vita di una startup non sono quasi mai i numeri e addirittura a volte neanche l’idea ma bensì l'intelligenza emotiva (IE) del team. Ovvero, la capacità di riconoscere le proprie emozioni, quelle degli altri, gestire le proprie, e interagire in modo costruttivo con gli altri. Saper trasmettere la propria attitudine e la passione per cui si è disposti a rischiare tutto, insieme a l'affiatamento con il proprio team non è da tutti. Infatti, questa funzione è reciproca in quanto chi ascolta dev’essere in grado di percepire quello che noi voglia trasmettere, senza questa chimica portarsi a casa un investitore è alquanto rischioso.


Per fortuna tutto questo non è lasciato al caso? Il nostro cervello opera come un radar neurale grazie ai neuroni specchio, rompendo così le normali forme di comunicazione e rivolgendosi alle nostre capacità emozionali, sentimentali e razionali. Tutto questo può essere imparato e allenato, anzi dovremmo farne un abbondante uso quotidianamente, nella vita prima come negli ambienti lavorativi.


Daniel Goleman psicologo di fama mondiale ha definito un modello formato da 4 domini e 12 competenze:

  • Consapevolezza in se stessi (cosapevolezza emotiva).

  • La gestione di se stessi (controllo delle proprie emozioni e adattabilità, della direzione dei propri risultati, degli scenari positivi).

  • Consapevolezza sociale (empatia, consapevolezza organizzativa).

  • Gestione delle relazioni (influenza, coach and mentor, gestione dei conflitti, teamwork, esser fonte di inspirazione).

I leaders del futuro non dovranno trascurare la loro parte emotiva ed empatica ma anzi dovranno imparare ed usarla come la loro più grande arma. Infatti, l'intelligenza emotiva è il fatto principale di scala delle performance aziendali, ad oggi ha un peso due volte superiore al normale quoziente intellettivo.


L’arte della leadership si basa sulla capacità di mettere il proprio team o dipendenti nella miglior condizioni lavorative e personali possibili, questo sì in gergo si chiama flow. Infatti, una volta creato non bisogna cadere in errore, non bisogna mai esercitare il proprio potere sulla organizzazione spinti da pressioni esterne o interna per il raggiungimento di un obiettivo aziendale. Il rischio di rompere l’equilibrio raggiunto una volta alla meta è quello di estraniarsi dalla realtà che ci circonda diventando così schiavi dei numeri e obiettivi aziendali non più curanti del mondo in cui gli abbiamo ottenuti.


Questo non farebbe di noi un leader ma solo un organo di controllo di catena di montaggio privo di qualsiasi emozione.


Iniziamo ad ascoltare l’ambiente che ci circonda.

Iniziamo a relazionarci con tutti i nostri dipendenti, collaboratori o colleghi, conoscendoli uno per uno.

Iniziamo ad imparare dalle loro esperienze.

Iniziamo a trasmettere la nostra conoscenza giorno per giorno.

Iniziamo a sviluppare la nostra empatia ed emotività.


Solo così potremo definirci leader del futuro.



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