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Hello, World! La singolarità della conoscenza.


#include <stdio.h> int main (void) { printf("hello, world\n") ; }

Questa prima famosa riga di codice scritta in C dove ci ha portato? Ogni programmatore di IA si sentirà come un piccolo Dottor Frankenstein Junior e VIVO VIVO! o Hello, World! alla fine dell’ultima riga di codice.


Ormai viviamo in un mondo spinto dalla curva esponenziale della nostra concezione, ottimizzando e automatizzando le funzioni delle nostre informazioni. L'intelligenza artificiale è già parte integrante di noi, anche se non vogliamo ammetterlo siamo già molto simili ai cyborg. I nostri smartphone sono già una proiezione del nostro io, ci permettono di ottenere qualsiasi informazione da noi desiderata in qualsiasi momento, aumentano smisuratamente la nostra capacità di calcolo e racchiudono la nostra identità digitale, ciò nonostante, per quanto intelligente, ha bisogno dei nostri input per conoscerci meglio. Ma se questo lento processo di interfaccia e scambio di conoscenze uomo macchina diventasse un affare introspettivo delle macchine, saremmo ancora in grado di controllarlo?

Fin dove l'autoapprendimento della macchine si potrebbe spingere?

Arriveremo a creare una super intelligenza artificiale?  


Google, con il progetto Alphago, ha sfidato una nobile arte orientale creando un IA in grado di dominare il gioco Go. La complessità di questo gioco sta in un numero ben superiore di combinazioni possibili degli atomi presenti nell’universo, arrivando più o meno a 2,08 × 10 alla 170. Questa macchina nel 2016 ha sfidato Lee Sedol 9 dan, uno dei migliori giocatori al mondo vincendo 4 partite su 5. Non soddisfatta Google ha implementato la sua intelligenza rilasciando pochi mesi dopo Alphazero. La macchina giocando solo contro se stessa per 40 giorni è riuscita ad apprendere la capacità per battere la precedente versione 100 volte consecutivamente.


Siamo già davanti a un caso di singolarità tecnologica?

Le sue applicazioni potrebbero avere un effetto così devastante?

Gli investimenti militari ci stanno spingendo verso un nuovo progetto Manhattan?

Abbiamo già bisogno di una forte regolamentazione dello sviluppo tecnologico come alcuni credono? O ci stiamo solo chiudendo nella paura di perdere il controllo di ciò che ci circonda a di scapito della razionalità delle macchine?


L'intelligenza artificiale non è la scoperta dell’ultima ora. Infatti, ha seguito un percorso di sviluppo scientifico iniziato negli anni 60. Oggi stiamo vedendo l’alba delle prime applicazioni, ragion per cui non possiamo chiudere la nostra conoscenza in un manoscritto avvelenato come nel celebre romanzo “Il nome della rosa”, un'altra inquisizione ci chiuderebbe in un altro medioevo scientifico. Non dobbiamo aver paura di dove ci possiamo spingere, non facciamoci trascinare dai film apocalittici di Hollywood e dalle paranoie di Elon Musk, è solo un bias culturale! In Asia i robot e le loro intelligenze sono disegnati come parte armonica e complementare della nostra vita. La singolarità è ancora molto lontana, attualmente le l’intelligenze posso lavorare solo per l'ottimizzazione di un singolo dominio applicativo dentro le regole di un dato mercato. Prendiamo ad esempio gli autopiloti per gli aerei, i software prima di essere montati sui velivoli sono testati e certificati a dovere e nonostante tutto i piloti hanno sempre le facoltà di disattivarli nel momento di necessità. Non facciamoci sopraffare dalle nostre paure, spingere per un processo di regolamentazione di una tecnologia così trasversale potrebbe avere ricadute a cascatte su tutto l’ecosistema dell’innovazione.  


In realtà lo sguardo dei regolatori non si deve concentrare sugli applicativi ma su chi ne controlla lo sviluppo e sulla relativa struttura di mercato. Attualmente il futuro del mercato IA è nelle mani  di nove grandi aziende tre Cinesi, Alibaba, Dji e Ubtech e sei americane, Google, Apple, IBM, Facebook, Amazon, Microsoft. Affinché si possa viaggiare in una direzione comune dobbiamo lavorare sulla consapevolezza delle organizzazioni per avviare processo condiviso di democratizzazione dei nostri dati. Infatti, intelligenze artificiali ottimizzano il nostro io digitale avviano un processo cognitivo di cui non siamo consapevoli. La sfida si sta giocando su una linea sottile di privacy, si spera che tutti vogliano dare l’accesso dei propri dati clinici per la ricerca scientifica per l'individuazione di nuove cure e verosimilmente non per le indagini di mercato e aziendali o scopi commerciali. La polifunzionalità dei dati non dovrebbe essere strumentalizzata o mercificata, ma i business model correnti dicono ben altro. Infatti, non dovremmo parlare di regole e regolamentazione ma di principi fondanti, etici, su cui basare la nostra fiducia, solo così si può costruire un architettura condivisa in grado di dare un accesso ai dati liberi e sicuri, nel rispetto delle nostre identità digitali, creando una base per raggiungere quei magici networks effect dovuti alla condivisione delle informazioni, per uno sviluppo tecnologico democratizzato e non monopolistico.


D'altronde senza fiducia non esiste democrazia.  

Magari sarà proprio MVP dell'ultima start up di Elon Musk Neuralink a sviluppare i principi fondanti di condivisione libera e sicura dei nostri dati, tramite la connessione della nostra neurocorteccia ad un'intelligenza artificiale. Per ora ci affidiamo “alla cosa più complessa che abbiamo scoperto finora nel nostro universo” a detta di James D. Watson, il nostro cervello. In fondo anche IA è frutto della nostro processo cognitivo e della nostra conoscenza, non permettiamo che prendano il sopravvento le nostre paure ma affrontiamole insieme.


“Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui." Umberto Eco
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