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Intelligenze sintetiche, intelligenze biologiche, machinery question e l'irripetibilità della storia


Proprio come accadde 300 anni fa agli albori della rivoluzione industriale, sono in tanti a vivere con una certa apprensione gli enormi progressi tecnologici che stanno caratterizzando l’epoca in cui viviamo. Il timore che l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni pratiche, soprattutto in ambito economico e produttivo, possano presto rendere inutili ed obsoleti milioni di lavoratori si sta diffondendo rapidamente presso una fetta sempre più ampia della popolazione. In molti temono che l’avanzamento tecnologico esponenziale in atto possa condurre in breve tempo la nostra società ad un ulteriore inasprimento delle diseguaglianze sociali, ad una progressiva limitazione delle libertà personali e all’insorgere di sommosse e tumulti senza precedenti. Tali preoccupazioni sono state amplificate negli ultimi anni dall’accrescersi del dibattito attorno all’utilizzo massivo di queste tecnologie da parte delle grandi tech company globali e dal clamore suscitato dai sorprendenti e talvolta inquietanti progressi ottenuti proprio nell'ambito dei big data e dell’intelligenza artificiale. Un campo, quest’ultimo, tristemente noto, fino a pochi lustri fa, per la sua sistematica mancata realizzazione delle promesse che di contro, negli ultimi dieci anni, è letteralmente esploso, aprendo scenari del tutto nuovi che pervadono le nostre vite colpendo nel profondo l’immaginario individuale e collettivo.


Così, come accade ogni qual volta rivolgiamo il nostro sguardo verso l’ignoto, se da un lato siamo sedotti ed affascinati da queste tecnologie e dalle loro potenzialità, dall’altra le stesse rievocano alla mente paure più o meno razionali rispetto all’impatto che potrebbero avere nelle nostre vite. Davanti ad una modernità caratterizzata da saperi sempre più iperspecialistici e inaccessibili, purtroppo, solo una piccolissima percentuale della popolazione possiede gli strumenti adatti a comprendere l’entità e la portata dei processi di trasformazione in atto. Terminologie oramai di uso comune come: intelligenza artificiale, deep learning, big data, internet of things, etc. che di colpo hanno invaso le nostre vite, di fatto, rimangono per la maggior parte di noi solo vuoti significanti il cui vero significato sfugge alla nostra comprensione. Innovazioni approcciate con vuota superficialità anche dalle quelle istituzioni che dovrebbero aiutarci a comprendere ed a essere compresi da questa rivoluzione, secondo un adagio nazional popolare che oscilla tra la fede incrollabile, smisurata ed incondizionata nel progresso e la sua completa negazione, nel vano anelito di un redento ritorno ad un passato idealizzato e mai esistito.


Come spesso accade davanti alle questioni tecniche, pur trattandosi di concetti e strumenti oramai radicati nella nostra vita di tutti i giorni, tendiamo a non interrogarci affatto su cosa rappresentino e su che ruolo abbiano nella nostra esistenza, ci limitiamo a farne uso o ad esserne usati, spesso senza neppure accorgercene. Nella maggior parte dei casi tendiamo a rapportarci alla tecnica come ad un fatto bruto, come a qualcosa che esiste al di là ed al di sopra di noi, abdicando ad sua analisi e comprensione, rifugiandoci in reazioni emotive più semplici e meno onerose da gestire.


Così, se da un lato oltre 300 tra i massimi esperti sul tema dell’intelligenza artificiale convengono sul fatto che lo Human-Level Machine Intelligence non sia più una questione se ma solo di quando, concordando, come riportato nella recente survey “Future Progress in Artificial Intelligence: A Survey of Expert Opinion” pubblicata da due ricercatori di Oxford, che, approssimativamente, nell’arco di appena 45 anni le intelligenze sintetiche raggiungeranno e in molti casi supereranno il livello di quelle biologiche (umane), dall’altro, al di fuori di questa piccola enclave di iniziati, ci ritroviamo in una situazione in cui buona parte della popolazione, delle nostre istituzioni, così come il nostro background etico, sociale, culturale e filosofico non sembrano affatto pronti ad accogliere un simile cambiamento. Raggiunto l’HLMI, le intelligenze sintetiche non si limiteranno a svolgere compiti ripetitivi o ad analizzare terabyte di dati in frazioni di secondo, per allora saranno in grado di fare meglio di noi in ambiti considerati per lungo tempo esclusivo appannaggio degli esseri umani e delle intelligenze biologiche (ad esempio la creatività, il diritto o la medicina).


Ciò che colpisce ancora di più è che, davanti alla crescente pervasività di tecnologie che stanno già mutando in maniera radicale e profonda le nostre vite e che promettono di farlo ancora e di più in futuro, oggi, esattamente come ai tempi della rivoluzione industriale, in larga parte il focus del dibattito “mainstream” si stia concentrando su questioni tanto importanti sul brevissimo termine quanto marginali nel medio lungo, e non, come sarebbe auspicabile, sulle implicazioni e sull’impatto che queste tecnologie, inserite nel quadro più ampio e complesso di quella che il filosofo Luciano Floridi ha definito quarta rivoluzione, portano con sé.


Parliamo di implicazioni profonde di natura antropologica, sociale, etica, morale, filosofica. La portata ontologica del cambiamento che stiamo vivendo e che, ancora di più, ci apprestiamo a vivere nel prossimo futuro come specie non può e non deve essere sottovalutata. Non possiamo permetterci di trascurare come questa rivoluzione stia riscrivendo il ruolo stesso dell’umanità, le sue responsabilità non tanto verso il mondo dell’occupazione, verso la difesa della privacy o verso l’economia come ultimamente ci troviamo spesso a dibattere, ma quanto più, in senso più ampio e profondo, le sue responsabilità verso il sistema pianeta, verso sé stessa, verso le generazioni venute e a venire: verso la storia.


In quanto uomini, siamo biologicamente ed evoluzionisticamente portati, nell’interpretazione dei processi storici, a mettere in relazione l’accaduto con l’accadente secondo una dinamica di nessi causali. Per questa ragione spesso tendiamo a vivere nell’illusione, o peggio, nel timore che la storia non faccia che ripetersi; per fortuna, che ci piaccia o meno, parafrasando Cipolla, siamo condannati all’irripetibilità della storia. Sembra pertanto assurdo che, oggi come allora, non tanto la storia ma quanto più il nostro atteggiamento verso la storia tenda a ripetersi in maniera più o meno puntuale.


Il cuore del dibattito sembra essersi ridotto agli impatti economici e occupazionali di questa rivoluzione in una sorta di riedizione in salsa contemporanea della cosiddetta “machinery question” di Ricardiana memoria. Seppur sia quanto mai lecito interrogarsi sui risvolti economici dell’impatto delle intelligenze sintetiche e dei lavoratori artificiali sull’occupazione, sui rendimenti del grande capitale e quindi sulla distribuzione dei redditi e della ricchezza, per poter avere la speranza di comprendere appieno la portata di quanto stiamo vivendo, è altrettanto importante levarsi il paraocchi tipico del sistema economico, sociale e produttivo in cui le nostre esistenze sono incastonate, levarsi le lenti restringenti che ci portano a muovere le nostre riflessioni in una costante reductio economicistica dell’esistente. Come già disse Keynes in svariati passi di quella straordinaria raccolta che è esortazioni e profezie, prima o poi, se saremo capaci da coglierne le opportunità, lo sviluppo tecnico ci condurrà verso un livello di produzione ed un benessere tali da offrirci finalmente l’opportunità di di affrancarci da tutta una serie di principi pseudo morali che hanno intrappolato per secoli la nostra civiltà, liberi dai quali saremo finalmente in grado di dare alla “motivazione denaro” ed alla cosiddetta “questione economica” il valore e lo spazio marginale che davvero meritano.


Il punto è che, se ci limitiamo a leggere l’avanzamento tecnologico esclusivamente come un mero strumento di potere economico e di controllo globale in mano ad una ristretta elite, corriamo il rischio, come umanità, di ritrovarci, nell’illusione di poterlo fermare, a subire il cambiamento piuttosto che a comprenderlo, a guidarlo, ad agirlo.



Il dominio del pensiero calcolante senza cura del pensiero meditante rischia così, nel migliore dei casi, di lasciarci impotenti davanti allo sviluppo di un enorme albero così alto e folto da impedire alla luce di nutrire il terreno sotto i nostri piedi ma con radici troppo deboli per sostenere la propria crescita incontrollata, con il rischio di vederlo crollare al suolo e di vederci schiacciati dal suo peso prima ancora che l’umanità possa davvero coglierne i frutti.

Secondo il McKinsey Global Institute la diffusione dell’AI nella moderna società dell’informazione sta inducendo un cambiamento “ten times faster and at 300 times the scale, or roughly 3,000 times the impact” rispetto a quello indotto dalla rivoluzione industriale. Non dobbiamo infatti scordare che quanto stiamo vivendo ha proprio nella velocità il suo carattere più inedito e dirompente. La velocità con cui la rivoluzione dell’informazione e il diffondersi delle intelligenze sintetiche stanno penetrando e permeando ogni aspetto delle nostre vite sembra impedirci di comprendere a fondo il nostro ruolo in questo processo. Velocità e complessità pare stiano inibendo la nostra capacità di realizzare che il senso di quanto sta accadendo non si limita ad aspetti economici o ad una semplice variazione nelle dinamiche di potere ad essi connesse, ma è un cambiamento che affonda le sue radici in qualcosa di più profondo. Qualcosa di così nuovo e radicale che dovrebbe spingerci a rivalutare il ruolo che, in quanto uomini, saremo capaci di immaginare per noi in questo mutato scenario e sull’enorme opportunità che ci si presenterà davanti laddove, nel suo evolversi, fossimo in grado di non farci, ancora una volta, dominare dalla tecnica. La tecnica, in fondo, non è altro che un costrutto antropico, un mero strumento, un complementum dell’humanitas in senso etimologico, ed in quanto tale non è né buona né cattiva di per sé.  


La domanda che dovremmo porci pertanto non è se e quando le macchine ci rimpiazzeranno e diverranno più efficaci ed efficienti di noi in n lavori ma piuttosto qual è il ruolo che come umanità e come società saremo in grado di costruire per l’uomo e per le intelligenze sintetiche quando questo accadrà. In quale relazione ci porremo gli uni con gli altri? In che modo sapremo prepararci? In che modo saremo in grado di coglierne le opportunità, di limitarne e relativizzarne i pericoli e le minacce? In che modo saremo in grado di non perdere la nostra umanità vedendola naufragare in quell’assenza di pensiero che secondo Heidegger domina l’umanità nell’era della tecnica.


Secondo Heidegger: “l'assenza di pensiero è un ospite inquietante che si insinua dappertutto nel mondo d'oggi. Infatti al giorno d'oggi, se si vuole conoscere qualcosa, si prende sempre la via più rapida e più economica e, una volta raggiunto lo scopo, nello stesso istante, altrettanto rapidamente, lo si è già dimenticato.” La cosa inquietante in tutto questo è che il pensiero calcolante, di cui è  figlio il nostro modo di rapportarci all’avanzamento tecnologico, pone l’uomo in fuga dal pensiero, consegnandolo al dominio della tecnica, lasciando che sia lei ad agire e pensare al suo posto, trasformandolo de facto da agente ad agito. In una celebre intervista con lo Spiegel, lo stesso Heidegger esplicita in maniera ancora più diretta il senso delle sue paure relativamente all’efficienza di questa azione di disumanizzazione spinta dal pensiero calcolante: “Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra. […].”

In fondo ancora una volta, l’esito di questa ri(e)voluzione dipende solo da noi. Forse sarà proprio cessando di opporci al cambiamento che il calcolo e la tecnica ci impongono che saremo in grado di smettere di subire il divenire proprio delle cose per diventare parte attiva del cambiamento, guidati dal pensiero meditante alla scoperta di una nuova modalità dell’esser-ci in quanto organismi informazionali interconnessi.


D’altronde, l’interconnessione, le correlazioni, le relazioni sono e saranno ancora di più il vero fulcro attorno a cui ruoterà tutto quanto, infatti, come affermato dal filosofo e fisico tedesco Meinard Kuhlmann: "sono le relazioni in cui si trovano le cose a essere importanti, non le cose stesse. I singoli oggetti non esistono se non nella loro relazione". Una ontologia delle relazioni, quella di cui parla Kuhlmann, capace di mostrare come, nell’era degli inforg e dell’infosfera, l’individualismo e il collettivismo metodologico, al cui contrasto viene spesso ancora oggi, anacronisticamente, ridotto qualsiasi dibattito, altro non siano che un mero paradosso ontologico, ombre del passato proiettate sulle pareti della caverna in cui per paura di uscire dall’omeostasi, dalla nostra poco confortevole zona di confort, finiamo spesso per rifugiarci nel vano tentativo di sfuggire al divenire proprio di tutte le cose.  


Va da sè che, se davvero vogliamo sperare di non essere colti completamente impreparati dai cambiamenti in atto, dobbiamo prima di tutto smettere di rapportarci al presente in funzione di categorie appartenenti al passato. Solo in questo modo potremo far sì che il nostro tentativo di far luce sul percorso che ci ha condotto fino a qui non si trasformi in un cono d’ombra che inibisce lo sguardo sul lungo cammino che ancora dobbiamo percorrere. Probabilmente questo sarà il solo modo per non ritrovarci ad essere, come spesso è accaduto, solo polvere della storia.


Come ebbe modo di dire qualcuno più preparato e saggio di me, forse, le risposte che cerchiamo si trovano già vicino a noi, tanto vicino che neppure ce ne accorgiamo. Per noi uomini, infatti, la via che conduce a ciò che è vicino risulta essere sempre la più lunga e quindi la più difficile da percorrere.

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