• Nicola Pirina

La leggerezza dell'innovazione. Una recensione entusiasmante.

Aggiornato il: 17 dic 2020

Cos’è la leggerezza dell’innovazione e quanto sono duri la disciplina e l’apprendimento per arrivarci.

Innovazione come l'arte della danza.

Riceviamo e, debitamente autorizzati, pubblichiamo integralmente la recensione che il Prof. Tagliagambe ha voluto fare di Duemilatrentacinque. Visioni per il futuro dei territori.

Onorati, orgogliosi, grati.



Duemilatrentacinque.

Visioni per il futuro dei territori

di Nicola Pirina & Massimo Cossu


Recensione di Silvano Tagliagambe.



L’iceberg: il visibile e il sommerso


Che cosa c’è alla base e alle spalle dell’eleganza, della leggerezza e della grazia con le quali un danzatore si muove sul palcoscenico? Lo ha testimoniato con grande efficacia il più grande di tutti, Rudolf Nureyev, nella sua struggente “Lettera alla danza”, suo testamento esistenziale ed artistico, scritto poco prima che la morte lo stroncasse a causa di “una malattia che non perdona”, l’Aids: “Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. […] Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare”.

Se si vuole diventare ballerini eccelsi bisogna danzare soprattutto per se stessi, e non solo per gli altri e per le audizioni, come Elèna Vadislowa, fare della danza – questo il senso profondo del testamento spirituale di Nureyev – il proprio credo, il proprio bisogno, la propria fatica quotidiana e incorporarne i principi e i valori, fino a identificarsi con essi e farne la propria ragione di vita. Questo vale per l’arte, per tutte le arti, ma vale anche per tutte le conquiste della conoscenza, come l’innovazione.

Inoltre, e questo è il secondo punto da sottolineare, il pubblico che assiste allo spettacolo vede solo l’apparire della leggerezza, dell’eleganza, della grazia, dell’armonia: per raggiungerle c’è però tutto il sommerso del divenire, della fatica, dei piedi sanguinanti, delle giornate sfiancanti passate a esercitarsi per introiettare i movimenti del corpo, sfidare la legge della gravità, fare diventare automatico e meccanico ogni passo e ogni volteggio fino a imparare a realizzarli senza palesare l’immane sforzo che richiedono. Queste sono la bellezza e la sostanza della danza: il sottosuolo del sudore e del sangue che sostiene e garantisce l’esibizione della lievità in superficie.


Ipocentro ed epicentro


Questo gioco dialettico tra profondità e superficie non caratterizza solo la danza: è qualcosa che si riscontra in ogni attività umana minimamente impegnativa e significativa. Per esemplificarlo non c’è metafora più efficace di quella geologica: in geologia si chiama «epicentro» il punto di proiezione, sulla superficie della terra, dell’«ipocentro», il luogo sotterraneo dove nasce il terremoto. L’ipocentro è ciò che si verifica in profondità, l’epicentro rappresenta il suo avvenimento in superficie. Ciò significa che ciò che accade a livello dell’epicentro, della superficie e dell’apparenza, va spiegato a partire dal suo prima, da ciò che avviene nella profondità dell’ipocentro e in stretta corrispondenza con esso.

Bisogna partire proprio da qui, da questa metafora, per comprendere pienamente il significato e il valore delle preziose considerazioni che Nicola Pirina e Massimo Cossu offrono, con questo loro agile ma denso contributo, in primo luogo agli imprenditori, a tutti coloro che aspirano a diventarlo ma, più in generale, a chiunque sia interessato a capire cosa siano i processi d’innovazione e come riuscire ad attuarli con successo. A dimostrazione del fatto che la premessa che ho fatto per presentarlo è tutt’altro che estranea alla lettera e allo spirito del libro la trattazione prende, significativamente, avvio da una citazione di Filippo Maria Marinetti, fondatore del movimento futurista: «nella carne dell’uomo dormono le ali». Per dotarsi di ali bisogna agire e lavorare sulla carne, trasposizione, in un diverso linguaggio, più poetico, di tutto ciò che è stato detto sulla relazione tra leggerezza e fatica.

L’innovazione è leggerezza, fantasia, creatività, libertà dello sguardo, capacità di sollevarsi al di sopra delle routine, degli schemi consolidati, delle abitudini che condizionano il nostro modo di vedere e gli stili di pensiero, dei conformismi che appesantiscono il lavoro della mente e del cervello e lo rendono farraginoso: ma per acquisire questo stato di grazia occorrono organizzazione, pianificazione, condivisione delle idee, collegialità, un’interpretazione tesaurizzata del passato, cultura economica, capacità di previsione, tutte mete che, per essere raggiunte, presuppongono ed esigono l’arte dei Kitzanos, dei mattinieri che è la traduzione italiana di questo termine sardo, di coloro che acquisiscono l’abilità di dominare il giorno senza farsi spaventare dalle avversità, che riescono a far proprio quel mix di genialità, conoscenza, esperienza, umanità, profumo ma anche visione, che è indispensabile per superare le emergenze. I Kitzanos, proprio perché sono mattinieri, non si svegliano e non agiscono in pieno giorno, ma conoscono bene il transito dalla notte all’alba, dal buio alla luce, e quindi hanno piena consapevolezza dei passaggi, degli stati di attraversamento e di metamorfosi, degli spazi intermedi e quindi del valore e dell’importanza dei confini che “sono i luoghi più interessanti dove effettivamente avvengono i cambiamenti, perché, riconoscendo il proprio confine, riconosciamo il nostro limite e riconoscere i limiti è sintomo di intelligenza e comprensione”. Per questo non si lasciano affascinare e incantare da chi, per spiegare l’innovazione, si affida a concetti attraenti ma astratti, che nascondono la vera sostanza delle cose e rischiano di mettere in secondo piano e, alla lunga, di obliterare ciò che serve per comprendere realmente ciò che si deve fare per prepararsi alla sfida che ogni processo di svecchiamento e di modernizzazione richiede per poter essere portato a compimento con successo e in modo non effimero, ma duraturo.


Disruption e possibile adiacente

Si prenda, ad esempio, un’opera, relativamente recente, di J. McQuivey, incardinata sul concetto di digital disruption come progresso che crea un nuovo valore stravolgendo e andando a sostituire settori e processi esistenti. Si tratta di un fenomeno che, secondo l’autore, abbatte le barriere tra i vari comparti e fa emergere nuove idee in pochi giorni, anziché in anni, con una competizione fra idee inedita per ritmo e volume, data la quantità prima impensabile di novità messe in campo, dovuta anche al fatto che le piattaforme digitali permettono l’accesso di un gran numero di utenti in tempi quasi simultanei, con conseguente, spettacolare moltiplicazione del potere innovativo.

A giudizio dell’autore colui che sa interpretare al meglio questo processo, e cioè il disruptor, anziché chiedersi “come possiamo creare un nuovo prodotto e venderlo con successo?”, chiede “come possiamo dare alle persone qualcosa che vogliono davvero e di cui hanno bisogno”. Dal creare si passa così al dare: invece di focalizzarsi su ciò che si è in grado di fare, ci si concentra su ciò che è possibile dare ai clienti, aumentandone le potenzialità. L’attenzione si sposta dal prodotto alle persone. Per interpretare al meglio la sua funzione di agente dell’innovazione il disruptor, secondo McQuivey, deve seguire il metodo dell’innovazione del possibile adiacente, che consiste nell’identificare rapidamente la prossima esigenza del soggetto, quello che i clienti chiederanno in futuro, e nell’offrire loro una soluzione facilmente e velocemente perché concretamente realizzabile.

Questo metodo consiste nel prendere le distanze sia dagli innovatori incrementali, che peccano di eccessiva concretezza, stando troppo attaccati al prodotto di partenza e a quello che l’organizzazione aziendale già sforna, col risultati che il prodotto rimane sempre lo stesso, solo con qualche dettaglio e accorgimento in più; sia dagli innovatori ideali, che peccano sul fronte opposto e, usando come metro di misura il prodotto ideale, rimangono scollegati dalla realtà concreta, e in questo modo perdono l’effettiva capacità di portare innovazione.

La locuzione di “possibile adiacente” proviene dalle ricerche di Stuart Kaufmann nel campo della biologia evoluzionistica. Kaufmann distingue tre possibili stati in cui può trovarsi un sistema:


  • caos, in cui ogni elemento è collegato con tutti gli altri, col risultato che il comportamento dell’intero sistema risulta caotico e casuale e ogni piccola modifica nella sequenza di partenza porta a sequenze completamente diverse fra loro. In questo stato il numero delle interconnesisoni fra gli elementi è molto elevato: ogni influsso esterno, anche il più piccolo, viene amplificato e si diffonde nel sistema, che di conseguenza cambia in continuazione. Piccole modifiche in un punto della rete si diffondono in tutto il sistema;

  • ordine, determinato dalla situazione in cui il numero delle interazioni tra gli elementi è molto basso. Le perturbazioni in questo caso vengono assorbite e neutralizzate dal sistema, nel quale regnano l’armonia e la stabilità;

  • comportamento intermedio (quello complesso), contraddistinto da una situazione instabile, ma allo stesso tempo creativa, caratterizzato da una situazione in completo divenire in cui le strutture crescono, poi si distruggono e si ricombinano in modi diversi in un processo che non ha mai fine. Si tratta di uno stato che si trova in equilibrio tra ordine e disordine e che presenta un carattere creativo, perché riesce a sfruttare la stabilità dello stato ordinato e la flessibilità dello stato caotico, da cui si differenzia perché in questo caso le interconnessioni sono molte, ma ogni elemento non è collegato a tutti gli altri. Le relazioni tra gli elementi del sistema dipendono in questo caso dalla storia e dall’identità del sistema.



Lontano dall’equilibrio le relazioni tra gli elementi del sistema sono interconnesse per mezzo di anelli di retroazione multipli e non lineari. Quanto più una struttura è lontana dall’equilibrio, tanto maggiore è il grado di non linearità delle relazioni che la descrivono e tanto maggiore è quindi la complessità. Più elevata è la non linearità, tanto maggiore è il numero di strutture che possono apparire e verso le quali il sistema può evolvere. Questa evoluzione non è casuale, ma dipende dalla storia e dall’identità del sistema, che costituiscono pertanto l’orizzonte concreto delle sue possibilità.

L’innovazione del possibile adiacente, secondo McQuivey, è simile al comportamento di un sistema quando si trova nello stato intermedio, in quanto, come in quest’ultimo, le possibilità emergenti e praticabili, quelle adiacenti appunto, tendono a non essere lineari e neppure evidenti. Poiché l’organismo sperimenta simultaneamente molteplici adiacenze, molte delle innovazioni nascono dalla convergenza casuale di diverse innovazioni adiacenti.

Tutto bene, tutto giusto, ma resta aperta la questione, tutt’altro che secondaria, di come impostare la relazione tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale, che è la grande sfida del digitale, pervenendo concretamente a una nuova alleanza tra la creatività della mente umana, in grado non solo di interpretare, per tentativi ed errori, il nuovo, ma anche di immaginare, progettare e costruire nuovi scenari, assumendosi il rischio delle scelte fatte, e la capacità delle macchine, attraverso gli algoritmi e i procedimenti automatici, di esplorare e gestire la complessità, rendendola prima governabile e poi ordinata. L’elemento di grande interesse e attualità di questa sfida sta nel fatto che essa richiede approcci e prospettive che non considerino mutuamente esclusive tendenze che, a prima vista, sembrerebbero tali, come l’incremento della complessità e la sua riduzione. La sempre maggiore convergenza e sinergia tra l’intelligenza naturale della mente umana e quella artificiale delle macchine consente infatti di affidare alla prima il compito di esplorare nuovi orizzonti di possibilità, per i quali non sono ancora disponibili strumenti adeguati di gestione, governo e controllo, affiancandola con strategie, come quelle delle macchine, orientate in direzione opposta. Come infatti sottolinea Paolo Zellini “una strategia della scienza del calcolo è anche quella di indebolire, a spese di un’incertezza o di un errore tollerabile, le condizioni per le quali un dato processo di calcolo converge alla soluzione di un problema. Quelle condizioni non sono, talvolta, così rigide e categoriche: indebolendole si può riuscire a mantenere una proprietà di convergenza e a ottenere, nello stesso tempo, vantaggi irrinunciabili, come la riduzione della complessità algoritmica. L’indebolimento delle condizioni diventa allora un accrescimento della potenza di calcolo”.

Questa strategia è dettata dalla necessità di fare i conti con la crescente complessità dei problemi da affrontare, che spesso richiedono di operare su un numero cospicuo di variabili. L’attività di taluni settori della fisica, come la meccanica statistica, si sta ad esempio sempre più concentrando su sistemi composti da un gran numero di elementi di tipo diverso che interagiscono fra di loro secondo leggi più o meno complicate in cui sono presenti un gran numero di circuiti di controreazione, che stabilizzano il comportamento collettivo. Ciò esige il ricorso alla risoluzione su calcolatore, per pervenire alla quale bisogna però inserire ulteriori tappe intermedie tra la realtà, oggetto di studio, e il modello che la rimpiazza, tappe intermedie che hanno portato all’impressionante sviluppo di quella vera e propria “disciplina intersettoriale” che è la modellistica matematica.

Come chiarisce Alfio Quarteroni, “l’obiettivo primario di questa disciplina è la risoluzione effettiva del problema. I problemi matematici formulati nell’ambito della modellistica non sono quasi mai risolubili per via analitica. I teoremi dell’analisi matematica e della geometria, seppur fondamentali per stabilire se il problema sia ‘ben posto’ o meno, assai raramente hanno natura costitutiva atta a indicare un processo di rappresentazione esplicita della soluzione. È pertanto necessario sviluppare metodologie di approssimazione che, in ogni circostanza, conducano ad algoritmi che rendono possibili la risoluzione su calcolatore. Il compito di trasformare una procedura matematica in un programma di calcolo corretto richiede attenzione alla struttura, efficienza, accuratezza ed affidabilità. Per tale ragione, la scelta di un metodo numerico non può prescindere da una conoscenza adeguata delle proprietà qualitative della soluzione del modello matematico, del suo comportamento rispetto alle variabili spaziali e temporali, delle sue proprietà di regolarità e stabilità. È pertanto giustificato l’uso del termine modellistica numerica che generalmente si adotta a tale riguardo. Essa è una scienza interdisciplinare, che si trova alla confluenza di vari settori, quali la matematica, l’informatica e le scienze applicate”.

L’aspetto che qui ci interessa in relazione allo sviluppo di questi nuovi settori di ricerca è che nell’ambito di essi svolge un ruolo cruciale il concetto di approssimazione, e dunque di errore, considerato non in chiave negativa, come un qualcosa da eliminare, ma come risorsa euristica. La modellistica numerica mira a garantire che l’errore sia piccolo e controllabile e a sviluppare algoritmi di risoluzione efficienti. “La controllabilità è un requisito cruciale per un modello numerico: l’analisi numerica fornisce stime dell’errore che garantiscono che esso stia al di sotto di una soglia di precisione fissata a priori (la ben nota tolleranza percentuale accettabile dell’ingegnere). A tale scopo vengono progettati algoritmi adattativi, i quali, adottando una procedura di feedback a partire dai risultati già ottenuti, modificano i parametri della discretizzazione numerica e migliorano la qualità della soluzione. Ciò è reso possibile dalla analisi a posteriori (quella basata sulla conoscenza del residuo della soluzione calcolata), uno strumento supplementare (rispetto all’analisi a priori, o di Hadamard) di cui può giovarsi la modellistica numerica”.

E le cose non si fermano qui perché, contrariamente a un’illusione diffusa, può succedere che anche i supercalcolatori oggi disponibili non siano in condizione di consentire la risoluzione di un problema, quando la complessità di quest’ultimo cresce oltre una certa soglia e risulta troppo elevata in relazione al ruolo che la simulazione numerica può rivestire. In tali casi, si impone un ripensamento del modello ed una sua opportuna riduzione dimensionale. “Naturalmente, l’adozione di modelli ridotti consente di abbassare drasticamente la complessità del problema, rendendo possibili simulazioni che altrimenti non lo sarebbero, ma tale riduzione deve essere giustificata. Dal punto di vista fisico non deve far perdere di significatività al problema in esame, mentre da quello matematico deve conservare le proprietà teoriche fondamentali del modello originario. La sintesi fra queste due esigenze non è sempre facile e richiede uno sforzo congiunto di matematici ed ingegneri. In un altro ambito, la riduzione della complessità si può anche ottenere ricorrendo alla partizione geometrica del problema, onde rendere efficace il ricorso al calcolo parallelo. In tale caso si riconduce il problema numerico originario a una successione di problemi di dimensione ridotta, ognuno dei quali può essere risolto con una procedura simultanea in un ambiente di calcolo multiprocessore”.

L’affacciarsi sulla scena anche delle scienze matematiche e della geometria sperimentale di quel complesso di processi e di “stratagemmi” di cui si serve la modellistica numerica al fine di “addomesticare” la complessità chiarisce le ragioni che hanno indotto W. Weaver a sottolineare, in un articolo, oggi celebre, pubblicato nel 1948 con il titolo Scienza e complessità, l’esigenza, per chiunque voglia rappresentare i fenomeni complessi senza comprimerli o distorcerli arbitrariamente, trasformandoli nel loro opposto (to oversimplity), di tenere nella massima considerazione la potenza della nozione essenziale di organizzazione (the essential feature of organization).

La questione della riduzione della complessità e dell’elaborazione dei modelli ridotti è di particolare interesse anche perché ha dato luogo, negli ultimi due decenni, a un nuovo tipo di matematica basata essenzialmente sulla visione, la cosiddetta geometria sperimentale, nata soprattutto dall’esigenza di modellare strutture biologiche complesse che, proprio per ragioni di complessità, non possono essere trattate con la matematica ordinaria.

Dal quadro tracciato emerge dunque la necessità di far coesistere, intrecciandoli, processi opposti: questo della riduzione della varianza e della complessità, con il ricorso a strumenti e algoritmi in grado di espandere di qualche ordine di grandezza il livello di complessità governabile, attraverso procedimenti automatici, delegati a macchine capaci di adattarsi o di imparare, con una guida “leggera” o nulla degli uomini interessati; e quello, in cui è invece maestra l’intelligenza naturale, orientato invece a immaginare situazioni nuove, a esplorare un sistema ricco di varianti, non ancora ordinate nello spazio della complessità governabile, coniugando visione del futuro e controllo sulla base delle risorse cognitive disponibili nel presente.

E si affaccia, soprattutto, il riferimento, imprescindibile, all’importanza e alla potenza di quella nozione essenziale, senza la quale ogni processo di innovazione risulterebbe inattuabile e comunque perdente in partenza, che è l’organizzazione.



Il metalivello e l’iperluogo


Solo la piena e matura consapevolezza dell’importanza di questo riferimento può farci capire che l’innovazione è un processo centrato sull’uomo, e quindi anche sull’intelligenza naturale, e non è solo tecnologica, e quindi intelligenza artificiale. Certo lo smart working, reso possibile dalla disponibilità di reti e calcolatori: per averlo però, e renderlo davvero efficiente ed efficace, servono datori di lavoro e collaboratori intelligenti, responsabili e produttivi. E altrettanto certamente le smart city: ma perché ci possano essere davvero, e non si riducano a pura retorica, servono cittadini, amministratori, dipendenti di pubbliche amministrazioni e imprese formati a un cambio di mentalità, alla flessibilità, a essere intelligenti. Inutile spiegare le cose nuove con schemi vecchi: serve un cambio di mentalità e di cultura, serve un pensiero critico che libera intuizioni, e una specifica abilità nel far coesistere lavori intellettuali e manuali.

Per tutto questo ci vogliono imprenditori come persone, come attori centrali. Sono indispensabili leader in grado di armonizzare “le innovazioni strumentali per l’ordinario e quelle strutturali per il futuro, quelle cosiddette dirompenti che, in maniera sostenibile, ti consentono di proporti meglio ai mercati che arrivano e alle oscillazioni che sicuramente avranno”. Ecco come e dove va collocata, correttamente, la di gital disruption di cui parla McQuivey, che va necessariamente accompagnata e sostenuta da “preparazione, studio, intelligenza, autocoscienza, educazione. Essere imprenditori significa essere sognatori e non schiavi dei pregiudizi. Leader, non capi. Causativi e responsabili, non parassiti in attesa che lo Stato faccia qualcosa per loro”. Vuol dire avere consapevolezza del luogo in cui si vive, dell’attività che si svolge, delle persone che ci circondano: e capire, con Proust, che “il viaggio reale di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”, che consentano di immaginare un mondo diverso e iniziare a lavorare per costruirlo.

Quindi “abbiamo, ora come ora, bisogno di leader e imprenditori che sappiano guidare il presente per il futuro, generare discontinuità e innovare perché lì sono le occasioni create dalle nuove opportunità. Leader illuminati che hanno attraversato il buio per dare un po’ di luce”; persone capaci di “vedere con gli occhi e con il cuore”: dotati di intelligenza cognitiva e della capacità decisionale che ne deriva, ma anche di empatia e di intelligenza emotiva, che garantiscono l’attitudine a immedesimarsi nell’altro e a comprenderne a fondo le esigenze e i problemi.

Tutto questo non nasce d’incanto, non è un pasto gratis, che non esiste, come ricordava saggiamente Keynes: richiede formazione, apprendimento, “studio matto e disperatissimo” e quindi sforzo, fatica, sudore e sangue, tutto quel sottosuolo di cui abbiamo parlato, che è necessario per prepararsi alla leggerezza dell’innovazione e acquisire le doti necessarie per pensarla, prima ancora che per realizzarla. La sola originalità non può bastare, in quanto “paga nel breve periodo, ma costa cara nel lungo periodo, perché ciò che pensi oggi tra sei mesi è già superato”.

Servono allora luoghi e strumenti per realizzarla questa formazione: “un efficace sistema di innovazione, come si può intuire, richiede tempo ed esperienza per essere costruito e serve un meta livello, serve un iperluogo, serve un iperspazio, ovvero: serve un’azienda che crea aziende che sappia declinare la tecnologia quando, immancabile fattore abilitante di successo, al livello e nei termini di prospettiva in cui serve”.

E sono indispensabili, aggiungo io, contributi come questo di Nicola Pirina e Massimo Cossu, che ci fanno capire, con la generosità delle parole, utilizzate sotto forma di dialogo di un amico con un altro amico, chi sono e a che cosa servono i Kitzanos, coloro che si svegliano e si alzano al mattino presto per aprire gli occhi e la mente degli altri.


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