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Servono anche le rivoluzioni, non bastano le evoluzioni.


Un motivo ci sarà se si oscilla tra tecno(utopie?) possibilità e necessità di nuova umanità.

Genetica e genomica, robotica, intelligenza artificiale, analitica per i big data e così via, andranno a modificare dall’agricoltura alla moda.

Cybersecurity, codicizzazione del danaro e della fiducia, bioscienze avanzate, internet delle cose e domotica, agricoltura di precisione, tutela e salvaguardia dell’ambiente, cibernetica, fintech, invecchiamento e bassa natalità.

La fotografia mi sembra abbastanza chiara.

Ma noi, che ruolo vogliamo avere?

Abbiamo competenze e capacità in questo senso?

C’è una visione strategica in merito?

O all’opposto: abbiamo noi una nostra traiettoria, un nuovo oceano blu vero nel cassetto?

Il prossimo futuro cambia le geografie, la geopolitica e le società, avremo una vita più lunga, più sana, saremo di più anziani e molti di più.

Abbiamo pensato a nuovi modelli politici aperti?

Abbiamo immaginato come disegnare ed attuare un vero e nuovo ruolo attivo e paritario per le donne ed i giovani?

Abbiamo deciso quando e come mettere un punto fermo sull’assenza di politiche per l’integrazione dei migranti?

Abbiamo compreso quale e quanto crescente sarà il ruolo della telefonia mobile?

Sei miliardi di persone su sette hanno uno smartphone, più di quanti abbiano accesso alla sanità ed all’acqua potabile.

Da qui si aprono anche altre finestre: mobile banking, criptazione e codificazione del denaro e della fiducia. Quindi catene a blocchi a più non posso.

Abbiamo compreso quanto sarà importante eccellere nelle scienze comportamentali a tal proposito?

L’innovazione frugale ha una delle sue radici nella capacità di generare innovazione a basso costo, basata sulla scarsità delle risorse, dei materiali, delle materie prime.

Allora siamo ad un buon punto di partenza.

Almeno qui. In Sardegna.

Avete fatto caso che dall’umanissimo (col sostegno tecnologico) crowdsourcing (per la valorizzazione dell’intelligenza collettiva) si sta passando al crowd per le macchine ed i cloud (specie per la robotica)?

Se a breve avremo nano robot per diagnosi e cura malattie umane a livello cellulare e per le sale operatorie, come siamo posizionati con la ricerca e con l’orientamento dei corsi universitari?

Idem per le soluzioni mediche legate alla sordità ed al mutismo, idem per lo sviluppo di farmaci mirati sulla genetica dell’individuo.

I dati, i grandi dati.

Ricordiamone alcuni macro.

Ogni minuto sul web, vengono:

- inviate 204 milioni di e-mail

- messi 2,4 milioni post su Facebook

- caricate 72 ore di video su Youtube

- postate 216 mila foto su Instagram

Abbiamo quasi sempre il GPS attaccato, oramai anche nell’orologio ed in macchina, facciamo ricerche on line, compriamo on line.

Dati. Molti dati. Un mucchio di dati. What else?

E noi? Cosa stiamo facendo su questo versante?

Viviamo anche una strana schizofrenia, abbiamo produttività ed innovazione in crescita record da una parte, ma abbassamento del reddito e della qualità della vita dall’altra.

La tecnologia avanza e le organizzazioni non riescono a tenere il passo?

Prendiamo ad esempio l’Estonia. Perché lì sì ed in Sardegna (ed altrove) no?

In tutti gli scenari dei futurologi, c’è Google come cappellaio magico per ogni futuro, ma non percorre tutti i business che potrebbe.

Come mai? Difficoltà regolamentari? Altro?

Oppure semplicemente assenza di delirio di onnipotenza (che invece attanaglia i piccini che pensano d’aver svoltato)?

Impareremo più nei prossimi anni di quanto abbiamo fatto nei secoli scorsi.

Si ha sviluppo economico sano se si contrasta la radicalizzazione dei problemi alla base.

La blockchain starà al sistema bancario, giuridico e contabile come internet è stato ai media, al commercio ed alla pubblicità.

Le infrastrutture digitali già sono risorse strategiche nazionali, regionali e locali, da tutelare per riservatezza, integrità e disponibilità, sia hardware che software.

Se da sette diventiamo nove miliardi on line, ci saranno quanto meno 2 miliardi di problemi di sicurezza in più, non trovate?

Vogliamo libertà on line, ma la libertà senza sicurezza è fragilità, la sicurezza senza libertà è oppressione.

In tutto questo affaccendarci per trovare il nostro posto nel futuro che arriva, usiamo al meglio il tempo che ci è concesso?

Se fate questa domanda alle persone che conoscete, anche quelle con cui avete meno intimità, nessuno vi risponderà di si.

Considerando un campione a fine carriera, diciamo nella fascia tra 70 ed 80 anni (quasi l’ultima generazione che potrà beneficiare dell’attuale sistema pensionistico, se continuano così le cose), scopriremo che quotidianamente oltre 7 ore si dormono (o ci si riposa), oltre 9 ore si lavorano, il resto prevalentemente sono adempimenti obbligatori di gestione della famiglia, della casa, dei parenti e così via, scovando, alla fine, che le ore dedicate alla felicità sono davvero poche.

Stesso dicasi se chiediamo quanti sono i rapporti personali che veramente importano.

I consigli che riceviamo spesso sono solo una forma di malinconia o di gelosia (se non invidia), sono spicchi del passato che neanche sempre spolverati ci vengono serviti riciclati.

Se anziché andar cercando certezze, relativizzassimo di più?

Quali sono le cose veramente rilevanti per cui vale la pena battersi?

Le parole, oggigiorno, fanno fatica a mantenere un significato univoco, vengono piegate, insieme ai concetti che rappresentano, nelle direzioni più convenienti agli interlocutori, quando ben sappiamo che così non dovrebbe essere.

Le scelte che non facciamo, i percorsi che abbiamo scelto di non prendere, diventano nella nostra mente ed animo un peso che ci consuma, proprio perché facciamo fatica a lasciarli andare.

Cos’è quindi indispensabile per questa unica grande vita che abbiamo da fare?

Meglio sostanza e realtà o apparenza e forma?

Meglio rapporti veri o relazioni ad alto tasso di manutenzione?

Siamo in grado di chiedere scusa per scaricare quel senso di colpa che spesso neanche riconosciamo?

Quanti hanno compreso che perdere è un’occasione?

Quanti aspettano un evento che li segna prima di comprendere quali sono le cose davvero importanti e le relazioni che contano?

Vale di più un successo per la propria carriera, un incasso importante o un abbraccio di una persona vera?

Le comunità, intese come l’insieme degli utilizzatori delle risorse collettive (commons), sono in grado a determinate condizioni di gestire in autonomia le risorse naturali in modo soddisfacente e sostenibile?

La riscoperta di beni comuni (commons) è positiva, anche se imprevista e quindi non priva di rischi, nel senso che l’uso indiscriminato dei beni comuni come il mantra con cui risolvere tutti i problemi, può depotenziare la loro efficacia di alternativa al sistema dominante.

Tutti i beni comuni incorporano un sistema di relazioni sociali basato sulla cooperazione e sulla partecipazione, che è l’esatto contrario dell’individualismo proprietario competitivo, su cui si fonda il sistema capitalista.

Andare avanti verso l’ineluttabilità del futuro non significa disumanizzarsi.

A volte l’oblio è una forma di libertà, lasciamo andare le cose inutili.

Non intraprendiamo battaglie preconfezionate da altri.

Ma concentriamoci sulle cose vere e concrete.

L’attesa del possesso di un oggetto dà un piacere superiore al possesso effettivo, pensiamoci prima di diventare accumulatori seriali d’inutilità.

E quando ci accorgiamo d’essere felici, facciamoci caso.

Prendiamo la vita e portiamola a spasso con tutto l’amore che abbiamo.

Non voglio rimpiangere il tempo sprecato. Voi?

Magari degli impatti sul mercato del lavoro ne parliamo lunedì prossimo … chissà che forma ad esempio prenderanno le iniziative e proteste sindacali ...

P.S. Le incognite del futuro sono e rimangono incognite, serve sempre e comunque un bagno di umiltà, tanta prudenza e costruzione di comunità coese.

Il futuro è umano, relazionale, vero, istruito, competente, tecnico. Concreto e fattivo.

As usual, #Mindcrafted #InSardinia

Disegnate, anche Voi, il futuro che volete vivere. Comunque ne sarà valsa la pena.

Avanti sempre, con affetto,

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