• Nicola Pirina

Servono capitani coraggiosi. E Statisti.


Cagliari, 15 luglio 2020


Servono capitani coraggiosi. E Statisti.


Alcune aziende hanno successo, altre falliscono.

Dietro questa apparentemente semplice affermazione ci sono capitani d’azienda che perdono di lucidità e non attuano i cambiamenti che possono quando devono.

Capitani davvero poco coraggiosi.

Che si cullino sul senso di sicurezza offerto da dati stabili (scordando che rappresentano il passato), che rimangano inattivi per confortare gli azionisti sull’ottenimento di risultati a breve (che però ottieni solo se guardi lontano e sostieni una visione forte e credibile includendo tutti nello storytelling), che si attribuiscano colpe alle basse competenze della forza lavoro, che si immagini l’innovazione rischiosa … e così via … poco cambia, sempre poco coraggiosi ed ancor meno leader, certo non capitani.


I leader, per contro, quelli veri, dovrebbero saper oscillare tra le innovazioni strumentali per l’ordinario e quelle strutturali per il futuro, quelle cosiddette dirompenti che, in maniera sostenibile, ti consentono di proporti meglio ai mercati che arrivano ed alle oscillazioni che sicuramente avranno.

Servono preparazione, studio, intelligenza, autocoscienza ed intenzione d’azione.

Durante la pandemia in corso quanto sopra è emerso in maniera plastica, in troppi preoccupati sull’immediato hanno trascurato di guidare il cambiamento necessario.


Guidare il presente per il futuro, generare discontinuità ed innovare proprio nei momenti critici, perché lì sono le occasioni create dalle nuove opportunità, in fondo molte nuove società di successo sono emerse durante le più dure recessioni.

Le innovazioni che servono non sono necessariamente rivoluzionarie o ambiziose, possono anche inizialmente essere prodotti o servizi modesti ma col potenziale per trasformare un comparto (o più) intero.


I dati non sono i fenomeni ma la rappresentazione degli stessi, il Padre Eterno non ha creato dati, lo ha fatto un essere umano, quasi sempre incapace di catturare completamente questo mondo eccezionalmente complesso.

Noi possiamo solo utilizzare un mix di razionalità ed intuito per prendere decisioni su quei dati.

Solo che le nostre decisioni, spesso, riflettono modi preesistenti di pensare.

Questo è il nodo difficile da sciogliere.

Per questo dobbiamo portare all’interno delle azienda la capacità di comprendere scientificamente il mondo, individuando le nuove categorie di pensiero dentro i nuovi dati, usando intelligenza artificiale e machine learning.


Insomma, serve saper fare pianificazione strategica quasi come un futurista, con alla base un motore intelligente che macina dati, molti dati, grandi dati, BIG DATA.

Nessuna azienda è esclusa.

Serve pensiero critico sul futuro.

Servono piani strategici.

Serve capire dove si vuole impattare e come.

Serva comprendere come si evolverà l’organizzazione nel tempo.

Serve evitare l’attendismo e le tempistiche troppo a lungo termine, è troppo veloce il mondo, non serve più.


I leader che si basano su linee temporali tradizionali procedono seguendo proprie risposte che non possono essere strategiche, anzi in genere drenano risorse e rendono le organizzazioni più vulnerabili agli scossoni socio economici.

Per ogni incertezza sul futuro (rischio, opportunità, crescita, decrescita, etc.) sarebbe opportuno pensare contemporaneamente a breve, medio e lungo, proponendo soluzioni trasversali che non penalizzino oggi e non castrino domani.

Ogni studio previsionale dovrebbe avere infatti almeno 5+2 pilastri: visione, strategia, tattica, comprensione dell'evoluzione dei sistemi e saggezza (ed un pò di fiuto ben amalgamato con un pizzico di fattore k).


Ogni volta che si affrontano crisi importanti, come quella attuale, i capitani d’azienda ed i leader politici si trovano in acque non tracciate, difficilmente due recessioni sono uguali, idem le crisi e così via.

Ma ad ogni crisi i consumatori ristabiliscono priorità, le ripensano più rigorose o le riducono.

E le aziende sbagliano sempre nella stessa maniera.

Calano le vendite, riducono i costi, riducono i prezzi, rimandano gli investimenti, tagliano le spese in marketing e comunicazione, eliminano le spese in ricerca e sviluppo and so on, ossia fanno l’esatto contrario di quello che dovrebbero fare, specie se fatto in maniera indiscriminata ed acritica.

Alcune volta serve il bisturi al posto della mannaia.

Serve governare le paure.


La domanda dipende dal reddito disponibile, dalla fiducia nel futuro e nell'economia, dall'adozione di stili di vita e valori che incoraggiano il consumo.

Anche la domanda è diventata resiliente , con la pandemia, è diventata antifragile anch’essa.

È fondamentale tracciare il modo in cui i clienti rivalutano le priorità, riallocano i fondi e ridefiniscono il valore.

Nelle crisi i leader devono rimanere flessibili, devono avere una batteria innovazioni pronte per essere lanciate con breve preavviso. La maggior parte dei consumatori sarà pronta a provare una varietà di nuovi prodotti una volta che l'economia migliorerà.

Non si deve mai aspettare che l'economia sia in piena ripresa.



Dopo le crisi, storicamente, servono tra i 12 ei 36 mesi perché l’atteggiamento dei consumatori torni ad una normalità, considerando però che a seguito di recessioni estreme come questa il senso di vulnerabilità economica della domanda può persistere per periodi decisamente superiori, anche un decennio.

Più profonda e prolungata è la recessione, maggiore è la possibilità che si verifichino profonde trasformazioni negli atteggiamenti e nei valori dei consumatori.


I miracoli nelle riprese, però, sono frutto di collegialità e cultura economica.

Povera, distrutta, danneggiata, fiaccata nel morale e nella psiche, economia ferita, agricoltura azzerata. L’Italia era a pezzi.

Ma la storia dal dopoguerra ci ha consegnato un paese in cui “impresa e imprenditore non sono parole meno civili e splendide di parlamento, scuola, chiese, lavoro, ma non lo ha fatto con i libri, con i professori, con gli intellettuali, lo ha fatto con le mani di contadini, di operai, di casalinghe, di artigiani, di lavoratori e lavoratrici, che giorno dopo giorno ci hanno mostrato che impresa è una delle parole della libertà dei moderni, è una delle parole più belle che gli uomini e le donne sanno scrivere.” (cit. Luigino Bruni)

Il filo conduttore fu famiglia e comunità, così l’Italia divenne la quinta potenza economica al mondo, Stato e banche fecero la loro.

Era una stagione operosa, c’erano Statisti di spessore. C’era energia, funzionavano le parrocchie ed le sezioni di partito. C’era fermento culturale.


Speriamo torni.


As usual, ready to debate.

Un sorriso, Nicola

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