• Nicola Pirina

Visioni non lisergiche.

Olbia, 16 ottobre 2020 -> h. 16.30.

Il nostro contributo (integrale) per Maker Island.

Sono solo un cadetto di Guascogna che non sopporta la gente che non sogna.

Da soli si rischia di avere miraggi, cioè di vedere quello che non c’è.

I sogni si costruiscono insieme. Dice Papa Francesco.


L’attività degli imprenditori è una nobile vocazione se orientata a migliorare il mondo per tutti. Se non sviluppiamo le capacità che ci sono state date, però, non cambieremo il mondo, non saremo in grado di capirlo né di rispettarlo.

Il mondo cresce grazie a successive sintesi che si producono tra culture aperte, scevre da ogni imposizione culturale.

Quando abbiamo cominciato a preoccuparci della pandemia, senza cambiare la nostra vita, in poche settimane abbiamo visto travolta la vita individuale di ciascuno, messe a soqquadro le strutture sanitarie, trasformate gli agglomerati urbani in ghetti, con le serrande abbassate e le strade vuote, con una parte crescente degli abitanti costretti a vivere (se non morivano) di carità o di soccorso pubblico.

Non si può uscire oggi da un’apocalisse del genere tornando alla vita di prima.

Non si può voler tornare ad una normalità che di normale non aveva nulla.

Non si può soprattutto perché quello che è accaduto ci dovrebbe aver aperto gli occhi sulle tragedie a cui ci esponiamo solo per ricavare senza limiti tutto ciò che soddisfa i nostri fini egoistici e immediati.


La pandemia ha però messo a nudo, a volte esaltandolo, a volte ferendolo, a causa delle diseguaglianze, il valore incommensurabile della persona.

Ci ha fatto capire quanto il bene comune dipenda da ciascuno di noi.

Dobbiamo quindi giocoforza mettere in discussione il modello di sviluppo sin qui seguito.

Le avanzate società dell’avanzato occidente, dotate di conoscenze e di tecnologie, ritenevano di avere un dominio tale della realtà da poter fronteggiare le evenienze più diverse. È arrivato invece un virus sconosciuto che ci ha cacciato nel baratro dell’incertezza e costretto alle difese che si usavano ai tempi della peste, la distanza e l’isolamento sociale.


Le società avanzate e le altre si sono trovate ad essere ben più simili di quanto pensassimo. E lo sono state davanti al metro più impegnativo su cui misuriamo le civiltà, il metro del trattamento riservato agli ultimi.


La contrapposizione, spesso proposta in questa fase, fra un mondo reale analogico (positivo) e un mondo virtuale digitale (negativo) viene fortemente ridimensionata quando il digitale diventa quasi l’unico spazio possibile di relazione (umana, educativa, produttiva e commerciale) e di condivisione in tempo reale. Perché questa possibilità diventi una modalità positiva di evoluzione del nostro futuro, dobbiamo prendere atto delle difficoltà generate dai divari digitali e cogliere i ritardi nel processo di convergenza, che stenta ancora a essere inteso come alleanza tra generazioni e, in questo specifico ambito, quale contributo dei nativi digitali alla riduzione dei divari.

Dal trauma della pandemia usciremo facendo comunità (poiché la comunità è sempre un fare dinamico e mai uno stato di fatto o di diritto) e cambiando i nostri rapporti con il mondo. I modelli economici tradizionali parlano di beni privati, beni pubblici e beni comuni, ma fanno fatica a inquadrare l’importanza e il valore dei beni relazionali. Eppure i dati sulle determinanti della soddisfazione di vita indicano che la qualità della vita di relazione è uno dei fattori fondamentali non solo per la soddisfazione e la ricchezza di senso di vita individuale, ma anche per la produttività di organizzazioni e imprese.


Le imprese e i fondi d’investimento non potranno non tenerne conto in futuro, quando dovranno decidere dove andare a insediare gli investimenti o su quale impresa e settore puntare. Sarà inevitabile domandarsi quanto quel territorio, quell’impresa o quel settore siano comunità e quanto esposti a futuri rischi sanitari e ambientali.

In questa prospettiva, l’imperativo diventerà quello di privilegiare e incentivare la capacità di creare valore economico in modo socialmente e ambientalmente sostenibile, riducendo al minimo i rischi di salute e contribuendo se possibile alla ricchezza di tempo dei cittadini. In altri termini, avranno priorità quelle strategie, quegli investimenti e quelle misure capaci allo stesso tempo di agire positivamente sulle dimensioni critiche del buon vivere.


La tecnologia non è un proiettile d'argento, ma visto che abbiamo strumenti così fenomenali nelle nostre mani, sta a noi determinare come utilizzarli. Per consentire ai cittadini di guardare ad un nuovo contratto sociale intelligente e di risvegliare la democrazia, gigante addormentato, che può funzionare solo quando ha noi come cittadini, noi come esseri umani alle sue spalle.


Stiamo imparando come sopravvivere in modo tecnologicamente distribuito.

Se l'umanità vuole fare di più che semplicemente sopravvivere, se vuole prosperare in futuro, allora dobbiamo aspirare a risultati migliori, collaborare come una razza umana, su un pianeta - l'unico che abbiamo - alla ricerca di un migliore futuro per tutti, non come in passato, dove il mondo è stato governato da pratiche ideologiche descritte come i nuovo ordini mondiali.

Il mondo è cambiato senza sosta nel corso della storia dell'umanità, cercando di stare al passo con le differenze che gli umani hanno portato con se stessi.

Ricordo infatti che il mondo è destinato ad avere pietre miliari di cambiamento, indipendentemente da qualsiasi ordine mondiale, nuovo o meno che sia.


Uno dei principali disagi dell'epidemia era la sensazione di paura.

Come nella vita reale, anche la vita online aveva le sue divisioni. Le diverse comunità online hanno utilizzato la nuova società per predicare le loro opinioni, oltrepassando le linee rosse della coesione e della solidarietà globale. A questo punto, abbiamo assistito a un enorme flusso di odio online, che si è manifestato con razzismo, incitamento all'odio, crimini digitali, notizie false, false bandiere, teorie del complotto e innumerevoli tentativi di interrompere l'adesione online.

Questi cambiamenti immediati hanno anche causato l'atomizzazione delle persone, separando le società dalle pratiche sociali fondamentali, più persone vengono individualizzate, più l'idea della società è cambiata.

E’ interessante notare che questa pandemia ha affermato che il digitalismo è l'adattamento della globalizzazione al mondo che cambia.


La tempesta passerà, ma abiteremo in un mondo molto diverso. Come sarà questo mondo, dipende anche dalle scelte fatte in piena emergenza. Molti dei provvedimenti presi, dallo smart working alla scuola digitale, avranno un impatto anche sul futuro del lavoro e dell’istruzione. L’eccezionalità degli eventi ci costringe a sperimentare molto di più, a essere più veloci e intraprendenti, a sburocratizzare ed a rendere più fluide alcune procedure. È un’accelerazione inaspettata che non si sarebbe mai verificata altrimenti, può rivelarsi utile per il futuro.


In realtà, non siamo necessariamente costretti a scegliere tra la salute pubblica e la privacy. Possiamo avere entrambi, scegliendo la strada della responsabilità individuale, alla quale in tanti si sono appellati chiedendo il rispetto delle regole e la fiducia nella politica e nella scienza. Il punto, però, è dare alle persone la possibilità di potersi fidare nelle istituzioni politiche e scientifiche. Un percorso non semplice, ma che proprio in questi giorni eccezionali può essere costruito.

Discontinuità è dunque il termine che trapela in controluce, bisogna intenderla come ricerca di un nuovo paradigma che non sia semplicemente il rimedio agli errori, ma una riscrittura del tempo presente. Niente di buono verrà, però, automaticamente. Ci vorranno idee e una leadership capace di creare nuovi equilibri nel mondo.


Tra non molto non sarà più il tempo a sincronizzarci, come col prime time del film in prima serata per milioni di persone, ma il parlare degli stessi temi in tutto il mondo con i social media. Abbiamo creato una società che elabora i pensieri all’unisono.

Al centro della discussione non c’è più il palinsesto imposto dai mass media e dalla società, ma ci sono le comunità di interessi.

Sono le idee che battono il tempo, non è più il tempo che regola la società.

Si affaccia una new economy, basata su un tempo continuo, su flussi e non su singole transazioni. La spesa arriverà a casa quando servirà e presa lì esattamente dove vorremmo noi, non servirà ricordare dove e cosa comprare, l’energia utilizzata in casa verrà contrattata continuamente da parte di agenti virtuali che sceglieranno l’energia meno costosa e più in linea con l’ambiente e baratteranno quella in eccesso creata dalla casa per altri servizi.

Il concetto di orario di sportello nel quale poter accedere ai servizi viene meno.

Le città e gli Stati diventano self service, online.

Il nuovo passaporto digitale permetterà a qualunque cittadino del mondo di identificarsi in remoto e accedere ai servizi a cui ha diritto, quando vuole.

O magari finalmente esisterà un unico documento con all'interno ogni elemento essenziale alla vita della persona.


Il lavoro a distanza non è già più compatibile con i sistemi tradizionali gerarchici basati sul controllo e le aziende iniziano a reinventarsi sulla base di modelli organizzativi olocratici, con responsabilità di gestione distribuita.

Le multinazionali verranno superate da federazioni di aziende resilienti e collegate da tecnologie garantiste.

Si diffonderà un nuovo tipo di impresa, non incentrata sulla distribuzione dell’utile per l’azionista, ma sul valore che l’azienda darà alla comunità. Verrà definitivamente superato anche il PIL, che non arriverà a festeggiare i cento anni, il nuovo indicatore sarà il valore della comunità e dei suoi territori per i suoi cittadini.


In troppi si sono adagiati nel passato, sponsorizzando un vecchio schema di lavoro, si sono trovati fuori dalla nuova economia, con tassi di disoccupazione insostenibili che portano a perenni tensioni sociali e migrazioni di massa.

Molte nazioni dovranno costruire da zero uno stato sociale che possa evitare alle persone di scegliere se mangiare o se curarsi, molti altri dovranno cedere il controllo centralizzato dell'economia per renderla distribuita e durevole.

Serviranno filiere a livello infraregionale e non più mondiali, investimenti in reti intelligenti e sostenibili, nuovi diritti digitali e così via.


Ogni civiltà ha sempre calcolato il tempo a partire dal suo inizio.

Così Roma così il mondo Islamico.

Nel futuro il tempo ha un nuovo inizio.

Lo spazio mentale delle persone non è più occupato dalla scansione del tempo, ma da quella delle idee che solo una civiltà interconnessa riesce a comprendere.

Ogni tempo inizia dall’ultima idea che non abbiamo ancora realizzato.

L’uomo è di nuovo padrone del proprio tempo.

Se lo vuole.


Per concludere, per attivare un cambiamento sono necessarie la giusta informazione, l’adeguata formazione, la cura e l’attenzione del prossimo, che ci può aiutare a sviluppare un nuovo umanesimo dove il profitto sia utile e non sia fine a se stesso, dove il nostro benessere includa la previsione di una vita sostenibile anche per chi è meno fortunato.

E’ quindi indispensabile che l’innovazione sia al centro di un progetto etico e sociale che prenda in considerazione il fattore tecnologico alla luce di un approfondimento dei valori e dell’applicazione dell’insieme delle categorie del pensiero.


Non c’è felicità senza solidarietà e altruismo.


Gli Stati che non avranno il coraggio di cambiare saranno i Paesi del terzo tempo, non più terzo mondo, perché ne saranno fuori.

Col Covid-19 la storia ha messo il fast forward di 10 anni, ma il cambiamento è arrivato prima ancora di poter essere capito.

Il futuro è prevedibile fino a quando accade l’imprevedibile.


Inutile cercare le origini dei problemi in un sistema Sardegna che troppo a lungo si è reso somigliante a un giocatore di poker esausto per i troppi bluff.


Quindi che si tenga la ghiande chi le vuole. Noi teniamoci le ali.


Vi ringrazio per il paziente ascolto e rimango, as usual, a disposizione per argomentare le nostre posizioni.


Un sorriso, Nicola


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